giorni di pensieri, un po' confusi un po' no.
sempre più nitido vedo il confine tra chi scrive bene e chi scrive male, al di là del mio gusto, con una sorta di oggettività. non oso rileggere nessun mio testo. soprattutto non oso scrivere nessun testo.
e poi, chiuso Ota Pavel, meraviglioso. In grado di dire un mondo con quelle parole semplici. in grado di lasciare sullo sfondo la tragedia, che c'è ed è presente, ma non diventa mai protagonista.
ed è un dono, qualcosa di bellissimo, essere capaci di non esplicitare il male quando lo si ha tra le mani, sotto gli occhi, quando di sicuro fa male.
e poi son giorni di letture sul reportage, riflessioni sul viaggio, sul vero, sull'etica, sul dire.
e poi di nuovo un testo delicato tra le mani, di nuovo l'infanzia, come con il mio amato goma. anche se qui l'infanzia è più mite, la guerra non c'è (e i bambini non "si siedono"), c'è il moderno che avanza però, e un villaggio in dono, abitante dopo abitante.
perché l'infanzia, quando nei libririesce è qualcosa di pazzesco. di potente, di incredibile.
e poi il sole e la pioggia e lettere mal scritte e lettere non scritte e distanze.
e poi dovrei ridiscutere il mio rapporto col polo dell'inaccessibilità. ma adesso sono stanca.
Circondata dalle rappresentazioni, dalle narrazioni. Provo a interpretare, a leggere il mondo. Cerco brandelli di realtà, poi rinuncio, poi capisco; e senza pretese m'immergo nello scambio.
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