mercoledì 3 maggio 2017

Sogno in polacco.

Sogno in polacco, spesso.
È stato due anni fa l'ultimo viaggio in Polonia, eppure la notte, regolarmente, sogno in polacco. Mi stupisce al mattino ricordarlo, ma è bellissimo che nelle notti il cervello parli quella lingua e costruisca frasi e cerchi vocaboli. È un regalo che mi faccio da sola, forse perché ho il timore grande di dimenticare tutto. 
E così certe notti torna Paka, certe notti Marzena fa una festa, certe notti metto dei bulli al loro posto.
Biascico qualche parola che tiro fuori non so da dove, racconto cosa faccio, litigo a volte.
E il mattino mi alzo e provo un po' di nostalgia, nostalgia linguistica, di suoni e parole dormienti.

venerdì 3 febbraio 2017

Che voglia d'impacchettare il minimo e partire.

Sopravvissuta a gennaio. Ogni anno mi pare più difficile, l'eterno gennaio.
In questi giorni ho sentito tanto il bisogno della bellezza, dell'acqua, delle montagne, anche solo dalla finestra, del verde o del bianco, del vento. Mi sono spesso immaginata in una casa di vetro vicino a una cascata, con l'acqua spruzzata sulle pareti.
Sono stata triste in questi giorni, e tanto mi sono chiesta se seguo la strada giusta. Se non sto forse virando lenta un po' a sinistra o a destra e senza accorgermi mi ritrovo su un altro binario.
Ho paura di perdere tanto mondo.
Ieri ho visto un film che di bellezza era pieno, Human, di Yann Arthus-Bertrand. Che meraviglia, che ricchezza questo mondo, di persone, di posti, di bianco di verde di deserti.
Che voglia d'impacchettare il minimo e partire.
 

mercoledì 4 gennaio 2017

Cuore di palma

L'anno è iniziato con la bambina quest'anno. Avevo molta paura di questo inizio, perché quello che si fa il primo dell'anno si fa tutto l'anno. E io non volevo-voglio fare la matrigna tutto l'anno.
Però è iniziato bene, sopra le aspettative, la bambina era di buonumore, abbiamo giocato a carte, tirato sassi nel lago, abbiamo fatto la lotta per finta, hanno fatto i compiti, sono andati in piscina, sono andata a fare una bella passeggiata sull'olimpo, siamo andati al cinema, abbiamo cucinato e mangiato, andati in bici e corso e letto. Sono stati giorni di sole. Io sono stata bene, il padre è stato bene, la bambina è stata bene.
Poi è arrivata la sera del saluto, il padre cucinava, io versavo del vino, la bambina giocava con dei lego. Io e il padre chiacchieravamo e parlavamo dei cuori di palma, che ce n'è una confezione, e chissà cosa sono e come si mangiano. E allora mi sono messa a cercare come si e se si cucinavano e ad alta voce ho iniziato a elencare dei titoli di ricette. E a quel punto la bambina si è avvicinata al PC e ha detto “mamma ma cosa sono i cuori di palma”. E io ho avuto un sussulto, un tremito, un salto interiore. Ho fatto finta di niente, quasi sotto shock, e ho risposto: “sono il cuore della palma, pare che si possa mangiare, ma non so bene se si cucini e come.” O una cosa così, non mi ricordo. La bambina s'è rimessa a giocare. Mi sono avvicinata al gas dove il padre cucinava e l'ho guardato con tanto d'occhi e lui m'ha guardata con tanto d'occhi. E lui pareva voler scoppiare a ridere, io scuotevo la testa come a scrollarmi di dosso qualcosa. E poi ho pensato che in realtà è un errore dolce, dettato dal sentirsi a suo agio, e che in fondo è un buon segno. Con senno di poi però mi spiace di non aver risposto, magari anche con la r arrotata e aristocratica: “figliuola, sono la creme de la creme da la palma”. Perché allora il resto della cena sarebbe stata tutta un'altra storia.
I cuori di palma comunque non si cucinano, sono in una sorta di salamoia e somigliano ai carciofi, hanno una consistenza interessante, quasi a lamelle, come fogli commestibili.


mercoledì 21 dicembre 2016

quel freddo lì

Da qualche giorno penso a Israele. Forse perché quest'anno è iniziato così e ancora non l'ho ben capito, né l'anno né quel pezzo di mondo.
Era caldo e freddo insieme. Sia fuori che dentro.
La cosa che turbava di più era quel senso di controllo, dappertutto.
L'aver paura di fare la cosa sbagliata o di fare la cosa qualunque al momento sbagliato.
Tanti militari, giovani, armatissimi. Tanti controlli, dei documenti, della borsa, metal detector addosso, spiegazioni, tantissime spiegazioni, ai militari, ai civili.
Israele è bellissima, almeno la parte che ho visto io. Tel Aviv ha spiagge che tolgono il fiato, su cui correre e camminare per giorni, ha onde alte, e tetti piatti, tante antenne e localini.
Gerusalemme è intatta, è un labirinto sotto e sopra, tra i cunicoli e i palazzi e le viuzze, e poi c'è la spianata che è tra i posti più belli che ho visto. E ci sono tramonti mozzafiato, e quella vegetazione bassa bassa e così esotica, per me delle montagne, quella vegetazione che a sé fa già vacanza.
E poi c'è l'accesso linguistico. Un pezzo di Medio Oriente in cui si parla inglese senza difficoltà, in cui si chiede e c'è risposta, almeno quando ci si perde, perché poi se si chiede altro, se si scava, non si trova niente. Rigidità.
Io sono stata bene, a parte il senso un po' claustrofobico di essere indagata, di avere addosso occhi che mi guardavano come fossi colpevole di qualcosa, ecco è questa la sensazione: in Israele ci si sente colpevoli del solo fatto di essere lì. Comunque io coi sensi di colpa ci vivo da sempre e quindi per certi versi era catartico nascondersi dietro a quelli in cui per forza ero innocente.
Comunque, dicevo che sono stata bene, ma poi mentre stavo per prendere il volo per tornare qualcosa ha mosso le acque della vacanza e tutto il torbido in qualche modo è risalito e a me è rimasta un pochino quell'immagine lì.
Siamo in aeroporto, appena entrate, il nostro volo dopo una vita, ché dicono che bisogna arrivare tanto prima, almeno tre ore.
Sulla porta una giovane ragazza, coda alta, sottile. Non so dire se vestita mimetica o hostess. Guarda i documenti, ci lascia entrare.
Lo spazio centrale è grande e vuoto, non c'è coda, né gente. Veniamo divise.
Io vengo portata da una parte da un ragazzetto coi capelli rossi e gli occhiali, c'avrà vent'anni, mi sta vicinissimo con la faccia, non mi lascia poggiare gli occhi su niente, li tiene incollati ai suoi. Parla inglese, mi chiede il mio nome, ha il passaporto in mano, sara passeggini, dico, mi chiede di togliermi gli occhiali e mi squadra, e gli occhiali non me li lascia rimettere fino a che non mi dice che posso andare. Mi chiede quanti anni ho, e io dico 34, mi chiede con chi sono qui, indico la mia compagna di viaggio, mi chiede quante volte sono stata in Turchia, gli dico un paio, forse tre, mi chiede quanto sono alta, rispondo, cerco di scherzare senza successo, mi chiede cosa ho visto di bello in Israele, rispondo le cose giuste ma resto sul vago, mi chiede quando sono stata in Turchia, provo a ricordare, dico date sommarie, mi chiede di che colore ho gli occhi, e mentre faccio per rispondere mi chiede che ci facevo in Turchia, e io dico turismo, a trovare un'amica che studiava lì, e lui mi chiede se mi sono divertita in questa vacanza, e io vorrei rispondere sì fino adesso, o anche sì se non foste così paranoici, o cose così, ma mi sa che non dico niente. Sono spossata e non vedo bene, mi sento insultata dal suo atteggiamento, atterrita. Mi pare di aver subito un'ingiustizia, non ho fatto niente di male e mi sento trattata come una criminale.
Poi mi lascia andare, ci scorta al controllo valigie, anche con la mia compagna di viaggio. Abbiamo solo il bagaglio a mano. Scandagliano ogni cosa, tirano fuori tutto, scorporano persino il burro cacao dal coperchio, guardano tra le mutande sporche. Trovano anche quello che non si sapeva ci fosse, e lo eliminano. Hanno strumenti strani e io sono molto confusa e spossata. Tra l'altro la notte prima a Tel Aviv ho fatto tardi e festeggiato e mi sono perduta nelle viuzze pronta a tutto. E tutta quella gioia in un attimo è diventata fredda, lucida, feroce.
Ecco, tra le altre cose mi porto via questa. Quel freddo lì.


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