mercoledì 8 novembre 2017

La pedana coi fiori.

Nella corsa, prima, m'è venuto in mente che quando ero bambina, e forse per tanti anni, a casa, in soggiorno, c'è sempre stata una pedana con le piante sopra. Una sorta di podio quadrato a due o forse tre gradini, in legno, color rovere, con sopra le piante delle casa: fiori, tronchetti della felicità, edere arrampicate su altre piante, ficus benjamino, forse una palmetta, una kentia gigante, un pothos rampicante anche quello, spatifilli almeno due, una sansevieria, un antiurica. Una macchia verde dritta in fondo al corridoio, tra due finestre. Ci ho pensato con nostalgia, ho ricordato la mamma e il papà giovani, a scegliere piante anziché mobili. Forse l'edera era appesa al soffitto e scendeva libera, adesso che ci penso, o magari è così adesso e mi confondo. La pedana l'aveva costruita il papà, quando hanno cambiato i mobili la pedana è scivolata fuori casa, prima è stata sul mio terrazzo credo, poi è finita nell'ufficio della mamma. Anche lì era bellissima, vicino alla porta finestra, alle spalle della scrivania, con qualche pianta e tanti plichi di scartoffie. Lì mi piaceva anche più che a casa, sarà che mi sono sempre piaciuti i tavoli pieni di fogli e foglie. Chissà che fine ha fatto la pedana.

mercoledì 25 ottobre 2017

Appunti sulla bambina e anche su di me

  • La bambina cresce. Mi piace tanto che cresca, mi dà modo di parlarle, di capirla, anche di dire chi sono, per certi versi, di diventare a mia volta persona.
  • La bambina ha iniziato a perdere i denti, le manca qualcosa sopra davanti, non li ho mai imparati i nomi dei denti, a parte i canini. Quindi ha un buchetto nell'arcata superiore. È un buchetto che me la rende molto dolce, un difetto che la rende più bambina, più tenera, più imperfetta. Cambia un po' il modo in cui dice la esse, quando ride la risata sembra più vera.
  • Una notte della scorsa settimana la bambina s'è svegliata alle quattro o giù di lì. Il padre dormiva. Io l'ho sentita che chiamava papà. Era al buio, nella stanza. Alzandomi da letto ho detto: bambina, stai tranquilla che vengo ad accendere la luce. Il lamentio s'è placato, io m'avvicinavo nel buio del corridoio, con la mano sull'interruttore ho detto: bambina chiudi gli occhi che accendo la luce, così non t'accechi. E ho acceso. La bambina mi pareva addirittura più piccola, in piedi, in un posto improbabile della stanza; mi ha guardata con tenerezza, ha detto grazie sara buonanotte sara e s'è rimessa a letto, io le ho detto ti prendo una lucetta, e ho acceso una abat-jour, le ho dato la buonanotte e sono tornata a letto. Sdraiata ho provato una sorta di benessere, è stato bello soccorrere la bambina, sentire il suo essere a proprio agio con me, con la mia presenza, anche se nella notte, anche se nel buio. Poi non riuscivo più a dormire, proprio per questo sentimento più grande del previsto, questa che mi verrebbe da chiamare abitudine (io e la bambina ci siamo finalmente abituate l'una all'altra, dopo sei anni?), ma “abitudine” non è la parola giusta, la parola giusta mi viene in polacco, Oswoić*, addomesticare. Forse che io e la bambina ci siamo addomesticate?

    *Ahimè, la parola viene da Mały Książę, il piccolo principe, che Paka mi leggeva certe sere in polacco; sul nostro dizionarietto non c'era, per capirci abbiamo discusso almeno un'ora in un improbabile inglese, poi mi pareva di aver capito, eppure in italiano non sarei mai arrivata a dire: addomesticare, l'ho cercata qualche giorno dopo su un bel grande dizionario, e ricordo ancora oggi la sorpresa che provai nel leggerla.
    L'ho usata tanto poi, in polacco, la parola addomesticare, in tante liti, come capo d'accusa.

sabato 23 settembre 2017

Blecher e la ripresa del lavoro e il vuoto nel petto

Finalmente riprendo a correggere e mi sento a casa. In un territorio mio, con tempi diversi da quelli del mondo, tempi dettati dai capitoli, dai contenuti, da quello che riesco a reggere a livello emotivo, dalla concentrazione che riesco a tenere.
Riprendo a correggere con un bel libro, un libro che aspetto da qualche anno, di un autore che mi piace tanto, fin da accadimenti nell'irrealtà, un libro tanto magmatico.
Leggo una frase che dice così bene quello che ho provato la settimana scorsa che quasi mi commuovo: "In petto gli si era scavato un vuoto atroce, simile a un bisogno profondo di riprendere fiato, o di piangere."

mercoledì 13 settembre 2017

Faccio un respiro profondo, vado a fare una corsa.

Il giorno che ho iniziato a vive qui mi ha accompagnata la famiglia. Abbiamo montato la libreria, pranzato insieme. Poi sono partiti. E mentre la loro macchina si allontanava per la stradina, sentivo un senso di vuoto, di mancanza d'aria nel petto.
Ricordo che ho dovuto calmarmi, concentrarmi, respirare a fondo.
Per fortuna quel giorno avevo l'amore al mio fianco, abbiamo preso la moto e siamo andati al lago, anche se c'era ancora tutto da sistemare.
Giorno dopo giorno ho in qualche modo imparato a stare qui, l'amore era al mio fianco.

Oggi l'amore è partito per quattro giorni, e sento la stessa sensazione annidarsi nel petto. Quel vuoto, quell'assenza d'aria, quasi una nausea. Mi sento perduta, come se non sapessi più niente. Come se avessi paura a uscire e dentro non potessi respirare.
Faccio un respiro profondo, vado a fare una corsa.

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