mercoledì 18 maggio 2011

Lista sbrigativa, povera e trasversale sul corpo

- Stasera penso al non detto, al taciuto. Un taciuto che però non è inganno, un taciuto che è complicità. Quel taciuto che si sa e non si dice a volte per educazione, altre per non saperlo per davvero. Ecco la chiave, penso a quel che si sa con la testa ma non si sa col corpo.
- Penso anche alle attese, soprattutto quelle che vengono all'ultimo deluse. E alla delusione che ne segue, ma poi a volte vengono all'ultimissimo resuscitate, e allora la delusione si cancella e ci si ritrova a correre per la strada all'ultimo per raggiungere sudati un sogno che è stato nel giro di dieci minuti frantumato e incollato.
- Lo sguardo rimane anche dopo che l'orologio è stato tolto dal muro, il gesto rimane anche dopo che i capelli sono stati tagliati. A volte è il corpo che comanda. A volte?

mercoledì 11 maggio 2011

Appunti dal viaggio - l'amore in collina

La coppia segreta paga il biglietto del museo per darsi un bacio all’ombra della storia.
La coppia segreta si tiene timida per mano sulle stradine polverose della kali.
Lei tiene il velo ben stretto dai fermagli e il vento ondeggia solo la piccola gobba d’aria formatasi dietro la nuca, e un po' la veste lunga fino ai talloni. Lui giacca aperta e camicia bianca ha le scarpe lucide come una macchina nuova, anche i capelli.
Li vedo appoggiati a un pilastro. Li vedo ridere. Vedo il braccio di lui appoggiarsi alla spalla di lei, e cingerla. Vedo la testa di lei appoggiarsi alla clavicola un po' villosa di lui. Insieme guardano il niente. Insieme siedono in silenzio abbracciati. La coppia innamorata e non sposata non ha vita facile nel sud est della Turchia. Nemmeno la giovane coppia di esploratori occidentali ce l’ha. Le effusioni non sono apprezzate, così come soffiarsi il naso, ma l’uno è peccato, l’altro maleducazione, ai fini del paradiso pesano diversamente. La coppia innamorata nel museo a cielo aperto che sta sopra la città mi fa tenerezza. Non sono turisti in visita, sono innamorati. Non visitano la kali né leggono una guida, vogliono solo un posto dove, di nascosto dagli altri, appoggiare la testa alla clavicola e il braccio alla spalla e sentire il profumo del dopobarba lei, il sapore della fronte lui. Esplorarsi le mani pensando al futuro guardando la città tappeto stendersi ai piedi, a valle. La coppia innamorata, così, la domenica paga un biglietto, entra nella kali assolata, si siede all’ombra di un pilastro, che regge la vecchia colonna, e sta lì, a non consumare un amore per ora proibito. A ogni ombra che si muove il corpo ha un fremito leggero, il braccio invisibile scende alla pietra, la guancia appoggiata si scosta veloce, le mani si slacciano, le schiene si raddrizzano. Poi l’ombra passa, le labbra si sorridono complici, la guancia si riappoggia, il braccio ricinge, le mani s’allacciano, il profumo si espande, la città torna ai piedi, il calore passa tra le vesti e riaffiora sulle gote. Poi passeggiano un po’, e il vestito di lei quasi tocca terra, e il velo non si scosta, e la mano di lui si avvicina a quella di lei, la sfiora poi l’acchiappa, e lei lo guarda emozionata, e lui ricambia orgoglioso, e la polvere si alza sotto il sole, e le pelli sono scure e i corpi sono blindati.

lunedì 9 maggio 2011

posso affondarti ora, con la lingua tra i denti

Periodicamente torna nel mio orizzonte questa canzone, e quando la sento succede qualcosa nel busto. Un po' è dolore, un po' è commozione, un po' è la somma di ricordi miei e non miei che mi fanno sentire stretta nello stomaco. Ecco, credo che questa canzone abbia la chiave d'accesso alla memoria collettiva.

martedì 3 maggio 2011

Il tempo è la distanza più crudele

C’è un pensiero che non posso togliermi dalla testa in questi giorni. Volevo capire davvero il da dire, e poi scriverlo trovando un aggancio all’oggi, una riflessione sul tempo e sullo spazio, sul ritagliare un mondo che è vero se così lo si vive. Il punto è che ho solo alcune immagini e non riesco a concentrarmi per trarne conclusioni e cose sagge. Quindi ne uscirà un noiosetto insieme di ricordo e riflessione non strutturata, chiedo scusa già adesso.
L’immagine uno è una coperta, una vecchia coperta a scacchi, rossa e un po’ blu o nera, misura un metro e mezzo circa per lato, in un angolo c’è un contrassegno, un piccolo pesce ricamato col filo blu. Non so se è una coperta ancora presente, o è stata buttata o viene usata per coprire il fondo del trattore appoggiandovi utensili appuntiti e taglienti e sporchi. Il contrassegno del pesce credo fosse di mio padre, la copertina è infatti vecchissima. Come contrassegno avevo la prugna, l’ho sempre trovato terribile, e terribilmente ho vissuto fino alla fine delle medie il dover confessare che avevo un così brutto contrassegno. Alla fine si finisce sempre a parlar di contrassegni, perchè c’è quella che indica la tendenza che di certo aveva il castello di sabbia, la sua amichetta il panda dormiglione, le seguaci in ordine: la margherita dell’amore, l’arcobaleno scivoloso, l’altalena in volo e lo scrigno semiaperto. Di fronte a tali meraviglie la prugna mi creava sempre disagio. Torno alla coperta rossa e a quello che ha significato per me bambina. Ogni fine settimana si faceva un picnic, nel bagagliaio un paio di scatoloni, uno con cose utili al mangiare, uno con il cibo, la borsa frigo (che era una scatola frigo d'un verde intolerabile) e le due coperte, la mia fiammante e una un po’ marroncina un po’ arancio dei miei genitori. Si partiva. Potevo portare solo alcuni giochi, un numero limitato, forse tre, forse cinque; i libri non valevano nel conto. Portavo sempre Bamse l’orso bianco fatto proprio come un orso, gli altri dipendeva dal momento, spesso cose tecniche tipo lego. Si fermava la macchina, si camminava fino al prato, si stendevano le coperte a debita distanza. Sparpagliavo giochi e libretti sulla mia coperta, di solito all’ombra. I miei non so, sonnecchiavano, parlavano, leggevano il giornale. La coperta rossa in quei giorni era il mio mondo, meglio era la parte sicura del mio mondo, a volte una zattera, a volte un tetto, a volte una macchina, un tappeto volante, un’autoambulanza che salvava gli animali, un letto sospeso... era come se il mondo fosse pericolo e la coperta rossa il luogo sicuro. Io ero nel luogo sicuro e dovevo salvare, pensare a come muovermi per salvare, progettare il chi e come salvare. L’idea di un mondo, di una casa, di un rifugio che finisce nel perimetro di una coperta è magica, magica come l’idea che il mondo della notte nei boschi sia solo quello illuminato dal fuoco. Sarà che sono influenzata dai racconti delle infanzie altrui dopo che ho ripetutamente pensato e divorato Nel sonno non siamo profughi, forse è il timore che non si facciano più picnic che m’invita a rilanciare con energia il mio vissuto, forse è che leggo in quegli anni qualcosa di speciale, la capacità gratuita d’inventare, la sensazione così viva e reale di poter fare qualcosa per salvare il mondo, il tempo vuoto: un tempo mio, da riempire a piacere, sul rosso verde del prato coperta, da manipolare col gioco solitario della fantasia, da lasciar scorrere senza la pressione del devo. Ecco, se dovessi scegliere a posteriori un contrassegno sceglierei la coperta rossa a scacchettini: l’emblema dell’infanzia.

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