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venerdì 8 marzo 2019

Avete voluto la parità...

Lo sento dire sempre, dagli uomini: avete voluto la parità, dalle donne: abbiamo voluto la parità.
Ogni volta penso che sia una frase così piena di insidie da farmi tremare le ginocchia.
Come riprendere la famosa: hai voluto la bici e allora pedala.
Hai voluto la parità? E allora paga la cena.
Hai voluto la parità? E allora lavora.
Provo a destrutturarla, per mia comodità, per aver ben chiare le fallacie, e poi a ragionare sui sottintesi che lascia lì sospesi...

Avete: prima fallacia, abbiamo chi? Solo le donne? Tutte le donne? O a certe andava bene pulire i pavimenti sperando nella paghetta settimanale, andava bene non poter votare? O andava bene il delitto d'onore? O comunque, a chi poteva andar bene che metà società valesse meno (tanto meno) dell'altra metà? È un avete accusatorio e indefinito, che onestamente delinea un noi e un voi che non fa tanto onore a chi lo pronuncia. (tu, persona che ho di fronte e con cui perdo il mio tempo, tu, non l'hai voluto?)

Avete voluto: qui l'errore è che lo fa sembrare un vezzo, un capriccio. Come se fosse una gentile concessione. Vuoi proprio uscire la sera? Fallo. Vuoi metterti una gonna corta? Fallo, ma a tuo rischio e pericolo. Vuoi guidare? Eh va beh, ma poi non lamentarti se devi studiare per fare la patente. E invece io voglio la patente e voglio pure lamentarmi. Cari e care, non è che ho voluto, avrei volentieri evitato di volere in un società più civile. Non è che mi sono svegliata una mattina e ho voluto farmi i capelli viola, piuttosto sono nata in una società dove ogni volta che vado a fare una corsa subisco commenti (sulla corsa, sul mio corpo, sull'andamento lento o veloce, su come possa scopare se voglio dimagrire al posto di correre...), dove vengo esibita come un passo avanti della società perché sono donna e lavoro (giuro, cose tipo: guardate che bravi che siamo, ci sono qui quattro donne in questo mondo del vino), dove a un'amica (per inteso, già madre di famiglia) viene negata una procedura farmacologica a seguito di problematiche col feto perché in quel bell'ospedale del nord Italia non sapevano neanche cos’era; dove a una donna mandano sulla mail di lavoro immagini “divertenti” di suore che mangiano banane. Non è proprio che l'ho voluto, è che non si può fare finta di niente e continuare tutti a sopportare.

La parità: qui è proprio un modo di dire, la questione femminista e quella sulla parità son cose diverse, sono battaglie diverse, e gruppi frammentati, perché si è in quella parte di società che si fa tante domande e si dà tante risposte, e ogni risposta fa un nuovo sottogruppo e così via. I passi avanti in quelli che sono normali diritti civili che prima erano negati a una parte della società, non è che sia proprio parità. È riconoscere la donna almeno a livello legislativo quasi alla pari dell'uomo. E questo secondo me ha relativamente poco a che vedere con tutto il processo di emancipazione dagli stereotipi, con le libertà personali, con la comprensione della complessità dell'individuo e il superamento del concetto di uomo e donna come unico criterio per leggere la società. Manca il livello economico (parità salariale), manca l'indipendenza, manca, nel 2019, di non dover firmare le dimissioni in bianco quando si viene assunte. Non si è capito che tutta la società beneficia dei diritti acquisiti. Insomma, se abbiamo voluto la parità evidentemente non l'abbiamo voluta abbastanza, o abbiamo a un certo punto smesso di volerla.

Sensazioni correlate:
È una frase pericolosa perché ha dei sottintesi, perché lascia in sospeso l'altra metà della frase e suona come una minaccia.
  • Quindi, mettiamo anche che abbia voluto la parità, ma quando a lungo devo pagare?
  • E poi, è curioso che si traduca sempre in qualcosa riferito alle donne, e mai all'uomo stesso, tipo: avete voluto la parità quindi vado a lavare i piatti, quindi lascia stare pulisco il pavimento... sarebbe l'uso grammaticale più logico della frase, no?
  • Perché alla fine sembra che la parità si giochi sempre lì, in cucina, nelle pulizie e nella cura dei figli, nel pagare o nell'offrire una cena, nel non aprire una porta a una persona che esce o che entra. Piccoli gesti di cura reciproca che hanno ben poco a che fare con la società che vorrei, o con quello che “abbiamo voluto”:
    • 10 marzo 1945: per la prima volta le donne votano in Italia.
    • 1975: diritto di famiglia.
    • 1978: legge 194 (ma qui bisogna anche parlare degli obiettori, una media del 70% con picchi del 90% al sud).
    • agosto 1981: viene abolito l'articolo del codice penale 587 relativo al delitto d'onore e di conseguenza anche al 544 sul matrimonio riparatore.
    • 15 febbraio 1996: la violenza sessuale smette di essere un reato contro la morale pubblica e diventa reato contro la persona.
    • 2001: tutela contro le violenze domestiche.
    • 2009: stalking.

giovedì 7 febbraio 2019

appunti sul libro della madre, e una bellissima citazione

In lontananza, sui campi e lungo la strada, si avvicinarono dei puntolini neri. Si ingrandirono sempre di più. Gli uomini. Gli uomini che tornavano, in uniforme, con lo zaino militare e il fucile in spalla. Ridevano e salutavano, ormai riconoscibili uno per uno. Mia madre alzò una mano, salutò anche lei. «Cane» disse al cane. «D’ora in poi dovremo sopravvivere alla pace, noi due».
(Il grande amore di mia madre, Widmer)

Lavoro a un libro toccante e molto bello, tradotto con la profondità e la spigliatezza con cui, sono certa, è stato scritto. È un libro che mi scatena una sorta di dispiacere intimo. È un figlio, adulto, che racconta una madre. La racconta con severità e con colore, a tratti con un po' d'affetto, torna alle radici, agli avi e lì si mischia alla leggenda, fa un salto in un'Italia passata e contadina, poi si riavvicina a quel presente di prima di lui e poi al presente con lui. Sempre, in tutto il testo, non sento rabbia, sento distanza. Una distanza però che mi pare sia il modo, di Widmer, di capirla, questa madre, una distanza che studia, non che allontana.
Forse il dispiacere non sta nel racconto, nei fatti (sebbene abbia avuto una vita segnata dalla sofferenza, questa madre), non sta nel dentro del libro, che è intimo e non giudicante, il dispiacere che provo riguarda il titolo, è lì, che secondo me, manifesta il suo rancore: Il grande amore di mia madre. Non un libro sulla madre, a specchio di quello del padre (altrettanto bello, ma un bel po' più affettuoso). Mi piacerebbe sapere se il titolo è venuto così, se c'ha pensato, se è proprio una scelta sua o dell'editore, se è un tentativo ennesimo di provare a dire a quel mostro dell'amore della madre che è colpa sua, che ha rovinato una vita o forse di più (ma visto come si conclude il libro non credo proprio).

venerdì 9 febbraio 2018

Aspetto tanto la primavera, l'aspetto forte.

Aspetto tanto la primavera, l'aspetto forte.
Stringo i pugni, i denti, la mascella. 
(quando cammino nel freddo della città certe notti, dall'Hotel alla macchina.)
Sbircio sopra l'orizzonte, dietro le montagne, nel riflesso dei laghi.
Il mare è lontano, lo immagino soltanto.
Aspetto tanto primavera,
l'aria leggera, il sole che prende forza,
le mattine con la luce già fuori dalla finestra.
L'aspetto forte la primavera,
una stanza in più: il balcone,
e la voglia di respirare fino in fondo, e di dimenticare il cappotto.

martedì 2 gennaio 2018

Ezio, la banalità del male.

La piccolezza dev'essere un tratto distintivo dei vicini di casa.
La prima volta che ho visto Ezio ero una ragazzetta e facevo l'animatrice in un campeggio estivo, quelli della parrocchia. Era un bambino sfigato, montagnino, molta tenerezza. I denti storti, paffuto, quella voce un po' roca come avesse sempre giù la voce, le lentiggini di quel bambino sulla copertina delle ceneri di Angela, o di nel sonno non siamo profughi, i capelli corti tagliati un po' a caso, le guance un po' sporche di terra, bassetto. Molta tenerezza. Ricordo che gli piacevo, veniva a cercarmi, giocavamo. Ricordo poco, ché poi nella testa non l'ho più ripassata quell'estate lì, è perduta. Poi l'ho dimenticato. Sapevo che era il figlio del Nelo, e che bene o male condividevamo (le famiglie, sia chiaro) una parte di strada delle nostre seconde case, in montagna. Che fosse figlio del Nelo e che avesse a che fare con la montagna però non l'ho mai capito bene, perché son cose che non gestisco. Di Ezio ho risentito parlare l'anno scorso, o forse due anni fa, di sfuggita. La mamma diceva che è uguale a suo padre e si è sposato. Ho provato una sorta di tenerezza per un istante, quel bambino sfigato che mi prendeva per mano e correva nel prato si era sposato. Poi sono tornata alla mia vita.
Ieri l'ho incontrato e sono rimasta affranta.
Primo giorno dell'anno, montagna, neve dappertutto, neve su tutti i rami, sulla strada, sulle poche foglie rimaste, sulla macchina, su di noi, visto che nevicava tanto e bene, così bene che ho pensato: guarda, in un paio d'ore la neve ha già cancellato le nostre impronte, si riparte, è il nuovo anno.
Ho portato la pala su per la strada, per spalare un po' intorno alla macchina, nel caso in cui avessimo dovuto mettere le catene, nel tragitto con la pala ho fatto strisce nel terreno, e spinto giù la neve dagli alberi, quasi a rimpinzare con i rami catapulta quella che mi scendeva in testa. Alla macchina abbiamo un po' spalato, poi messo le catene, poi provato a fare in retro il breve tratto di salita. E lì, incredula, ho visto l'Ezio, meglio, ho visto la sua versione vecchia e incarognita. Era insieme al padre dal ghigno sempreverde. Hanno fermato la macchina, guardato con sufficienza, gridato cose incomprensibili, insulti, rimproveri. Violentemente. Che maleducazione, che sfiducia, che ignoranza, che grande tristezza. Non potevo crederci.
Quel bambino era diventato quella brutta copia di suo padre che avevo davanti agli occhi. A vent'anni già irrancorito da una macchina secondo lui parcheggiata nel modo sbagliato, dalla neve spalata nel modo sbagliato, o magari dal dramma di condividere un pezzo di strada con qualcuno. O forse solamente da qualcuno di diverso, che sta bene. Che desolazione ho provato nel vederlo passare già vecchio e arrabbiato il primo giorno dell'anno, di mattina. Piccolo stolto Ezio, perché non fai l'amore il primo dell'anno, perché non una passeggiata? Perché sei diventato quell'infelice di tuo padre e con lui gridi contro alle persone?
In tutte le corse fatte da allora ci ho pensato. All'insensatezza di quella ferocia, a quella rabbia che non cercava altro che qualcuno su cui sfogarsi, alla maleducazione del gridare al posto che del parlare. Perché sei così infelice? Che è successo? Ho rimpianto di non averti fermato quando mi sei passato davanti e averti detto: Ehi, Ezio, ti ricordi di me? O anche, mentre dall'alto della salita sputavi rancore: Ezio, calmo, risolviamo tutto, non è successo niente.
Ma lì per lì, guardandolo, ero insieme incredula e accecata. Gli ho tagliato la gola col badile, ho spaccato i denti di quel ghigno del cazzo sul grugno del vecchio, gli ho fatto implorare perdono per la sua maleducazione, l'ho stecchito con la forza delle parole, probabilmente reiterando il bullismo che deve aver subito per ridursi così. L'ho schiacciato con il mio sguardo, lui e la sua meschinità. Come fosse un insetto schifoso. L'ho minacciato. Ho minacciato la sua famiglia. Gli ho detto: aspetta solo che incontri tuo figlio, e prega. L'ho insultato, gli ho riempito il culo di neve finché non ha capito di essere stato un maleducato.
Invece ho solo detto: non serve gridare, se ho fatto qualcosa di sbagliato scusate, e buon anno anche a voi.

sabato 23 settembre 2017

Blecher e la ripresa del lavoro e il vuoto nel petto

Finalmente riprendo a correggere e mi sento a casa. In un territorio mio, con tempi diversi da quelli del mondo, tempi dettati dai capitoli, dai contenuti, da quello che riesco a reggere a livello emotivo, dalla concentrazione che riesco a tenere.
Riprendo a correggere con un bel libro, un libro che aspetto da qualche anno, di un autore che mi piace tanto, fin da accadimenti nell'irrealtà, un libro tanto magmatico.
Leggo una frase che dice così bene quello che ho provato la settimana scorsa che quasi mi commuovo: "In petto gli si era scavato un vuoto atroce, simile a un bisogno profondo di riprendere fiato, o di piangere."

martedì 29 novembre 2016

la formula

Varenna è un posto di sole. Ogni volta che vado c'è il sole, ci sono piante esotiche che s'affacciano sul lago, ci sono pendii da esplorare e bei palazzi rivolti all'acqua al vento.
Sopra Varenna, lo si vede andandoci in macchina, ci sono belle casette ben rientate. Tante volte passando mi son chiesta cosa fossero. E sempre chi guidava mi diceva: un cimitero.
E alla fine ci sono andata, c'è una bella passeggiatina e s'arriva al cimitero inglese. Un cimitero bello, tutto orientato verso il sole, con una vista mozzafiato.
Non sto qui a dire i perché e i percome del cimitero e del suo nome, si sappia che è soleggiato e ventoso, caldo, e pare una finestra sul paradiso. E è ricco, ci sono le tombe orientate al sole al primo piano e le casette al secondo, tutti i bei cognomi in fila, a grandi caratteri. Ma non scrivo per quello, scrivo - e di fretta perché c'è un gran casino e è ora di cena e attorno parlano sia il papà che la bambina - perché su una di queste tombe al primo piano, di fianco al nome e alla foto c'era una formula: VI = (MC + AF)/E
Proprio questa formula, e sono curiosa e l'ho scritta su un pezzo di carta pronto a esser perso, e ho voglia di scoprire cos'è. Mi pare già bellisima.

venerdì 15 luglio 2016

Il bambino tedesco

Camminavo assorta nei pensieri, alla sinistra il lago, lucente, blu, con le montagne a scendervi dentro. Tanto vento sulla passeggiata, qualche albero frondoso, laggiù in fondo una nuvola di quelle a base piatta e testa rigonfia.
Camminavo e pensavo e ripensavo a quella lettera, la lettera della fine del grande amore. Nella mia testa iniziava così: è ora di riconoscerlo, stiamo temporeggiando per viltà; né io né tu riusciamo a chiudere, e trasciniamo con dolore e poco dignità questo rapporto. Come quando in Kurkov al ladro viene tagliata una mano, ma la lama non è affilata e rimane una vena-un legamento, non ricordo, e la mano non è staccata del tutto dal corpo, penzola. Ecco, per certi versi siamo ridotti così, a penzolare. Poi il pensiero passava alle scarpe, ché ogni stagione c'è il dramma delle scarpe della stagione da comprare, e l'estate è più difficile dell'inverno, perché non voglio sandali, li odio i sandali, voglio scarpette chiuse e leggere, da poter mettere con un vestito e con cui macinare tutti i chilometri macinabili in una stagione, e pensavo che sono disposta a investire un capitale, e giro cento negozi di scarpe e nessuna va bene. E poi forse il pensiero stava trascinandosi verso Anna karenina, perché la vorrei proprio comprare nell'ultima pubblicazione di Einaudi, quando alla mia sinistra passa una bici con un padre, a seguirlo passa una bici con la madre, e poi un bambino, con tanto di caschetto, il bambino perde l'equilibrio e a rallentatore s'accascia sul proprio ginocchio, cadendo di lato ma tenendo la bici dritta con le mani, sicché pare quasi incastrato.
Questione di un attimo, un attimo lunghissimo come tutti gli attimi magici.
Vedo il bambino che cade a rallentatore e non si fa male, m'appresso verso di lui e l'unica cosa che faccio è tenere su la bici. Con la mano sinistra reggo il manubrio.
Il bambino capisce il mio intento e si scastra dalla bici.
Quando ha fatto alza il viso e quasi il suo naso tocca il mio naso, di colpo una vicinanza insolita.
Ha gli occhi azzurrissimi e lucidi, come se fosse stato sul punto di piangere ma non avesse pianto.
Ha il visetto abbronzato e delle lentiggini sul naso.
Ha uno spazio tra i denti davanti.
Con quegli occhi azzurri che quasi toccano i miei, dopo un attimo di sorpresa dice: danke.
Con il subbuglio nell'animo per quella vicinanza, il cuore che batte forte e la sensazione di piangere a mia volta, non so bene perché, dico: bitte. E vado per la mia strada.
Passo dopo passo sento il cuore che si calma, e mi pare di aver condiviso un'esperienza magica con quel bambino tedesco, mi sembra di aver cambiato la sua vita e lui la mia.
E rido di me per questo pensiero, e mi chiedo perché tutta questa emozione forte per un niente.
Anche adesso che lo scrivo, le lacrime agli occhi, colma di emozione.

martedì 17 febbraio 2015

:) Brecht, magnifico

... 
 
In me si combattono
L'entusiasmo per il melo in fiore
E il terrore per i discorsi dell'imbianchino.
Ma solo il secondo
Mi spinge alla scrivania.
 
(da: Brutti tempi per la poesia) 

martedì 19 novembre 2013

Appunti Laboratorio notizie, seconda giornata

Questa seconda classe incontrata stamattina mi ha creato difficoltà.
estremamente distratti fin dall'inizio, poco interessati, poco coinvolti.
molto chiacchieroni fin quasi a sovrastare ogni altra voe, mia o loro.
più impreparati e meno brillanti della classe di ieri.
non siamo arrivati a fare tutti i giochi preparati, ma l'insegnante che li seguiva (molto paziente, disponibile, interessata) li porterà a riprendere gli argomenti e completare la giornata.
Nel complesso non sono soddisfatta, forse per questa seconda classe le richieste erano più alte del livello della classe (e giù di ripetizioni).
a ogni modo ho l'impressione che i criteri di notiziabilità siano capiti, e anche i tipi di giornale, e forse anche che la notizia è selezione. è già molto.
Oggi pomeriggio ho l'ultimo laboratorio del giorno, al solito: timore e noia.
mi spiace riproporre a tutte le classi la stessa cosa, mi pare che il mio stesso coinvolgimento ne risenta. Allo stesso tempo preparare i materiali mi è costata fatica, e anche provare a strutturare questa prima parte, quindi farne un unicum sarebbe probabilmente uno spreco, soprattutto considerato chi ne fruisce.
Forse più che come happening devo sentire il laboratorio come uno strumento.

venerdì 19 aprile 2013

Appunti sul pastore (testo di fretta, e provvisorio, per non dimenticarmi)

Il pastore da tre giorni bazzica con tante pecore sulla ciclabile. In questi tre giorni l'ho incontrato quattro volte, se io o lui parlassimo come le persone normali ormai saremo amici, l'ho già visto volte più di tanti amici, a dir la verità. Ma non abbiamo parlato per davvero.
Il pastore ha un cappello verde, che ha la forma di quelli che si fanno in un zic con la carta di giornale. Ha un cane che si chiama Stich (magari si scrive diversamente, ma quasi di sicuro non si scrive) che sembra un misto tra un pastore del caucaso, austriaco e olandese (giuro ho perso almeno una quindicina di muniti per cercare), e ha il pelo come rovinato, come una pecora brizzolata mal tosata eppure dignitosissima. E infine ha una pupilla slabbrata, spupillata, gocciolante; è insieme bella e brutta, sembra proprio che il puntino nero della pupilla abbia lasciato cadere da sé una gocciolina, gli occhi sono gialli e verdi, più gialli.
Il pastore è giovane e parla sempre al telefono, ha un accento che non è un accento ma un modo di parlare leggermente diverso, come in svizzera nei cantoni che parlano italiano.
Ci siamo incontrati quattro volte, passo, mi fa un cenno. Passo gli accenno un sorriso.
Prime parole, l'atroieri:
corro, mi ferma per chiedere un'informazione, forse lo guardo tra lo stranito e lo scocciato (perché non ho la prestanza per essere davvero scocciata se qualcuno mi ferma mentre corro, sono così scarsa che mi fermo persin da sola, però a volte si prende il passo e...). Coglie di sicuro lo sguardo perché esordisce: “Sono un pastore, cerco delle sigarette”, e gli spiego dov'è il tabaccaio e il gelso, la strada... poi corro e penso che ha ben chiara la propria identità, che si presenta come il pastore. Come se dicessi: “sono una redattrice cerco il bagno”.
Seconde parole, stamattina:
Sono in bici, lo vedo che fuma e cammina, Stich al suo fianco, il cappello sulla testa, fa per farmi un cenno, rallento, mi fermo, lo guardo: “sono uscite”, e lui: “tante?” e io: “è un po', da un buco nella rete”, “grazie”.
E mi sono sentita un po' pastora, e al ritorno dal lavoro l'ho rivisto, sdraiato vicino al fiume, il cappello sul naso, il solito cenno. E nel frattempo il cane teneva le pecore sul prato a fianco della ciclabile, senza reti, solo Stich, e ho pensato che almeno certi giorni vorrei essere una pastora, anche solo per godermi la maestria con cui questi cani perimetrano le pecore colla loro sola presenza.

martedì 16 aprile 2013

Goliarda e io, gli inizi

Mi sarebbe piaciuto lavorare con Goliarda. Rivedere il suo testo già così limato, e limarlo nacora, insieme. C'immagino su un balcone, di lontano vediamo il mare, e il vento acre -così come lo chiama lei tante volte- ci raggiunge ogni sera. Rileggiamo ad alta voce, pagina dopo pagina. A volte alzo un sopracciglio e le dico -qui, qui non ti sembra d'aver esagerato? E lei: forse, ma per farsi capire bisogna rompere qualche vetro, e a volte gridare dentro le case abbandonate. E allora io le risponderei che è inutile che provi a convincermi così, con un'immagine creata a tavolino, e che la sua è una scrittura che s'insinua, e da dentro s'allarga, come certi proiettili speciali e che quindi è inutile che mi proponga di tirar pietre sulle finestre, che non è il mestiere suo. E ridiamo, leggiamo e ridiamo, perché a forza di starle a fianco mi viene quasi da chiamarla figghia, e mettere i verbi alla fine della frase, perchè la rileggo in Mody, o così mi piace pensare. E immagino che l'abbia scritto volendola proprio così Modesta, lavorando sodo per renderla così com'è, prendendo il presente e raccontandolo dal passato, scegliendo una donna intelligente, umana, anche cattiva a volte, all'inizio soprattutto, ma poi facendola diventare illuminata grazie all'intelligenza e alla cultura. Una principessa siciliana che vive il proprio corpo e gioca col proprio potere senza dimenticare gli ideali importanti, un giusto e  sbagliato mai dichiarati immobili, ma sempre presenti.
-Goliarda, mettiamo un appiglio per il lettore del nord!, che vuol dire scantasti? come lo può capire. -Sara, non è che tutti devono capire tutto, se qualcuno non sa chi è crispi non capisce un sacco di riferimenti, no?
-È sì, ma diverso è non conoscere, non sapere, dal non capire, tu me lo insegni Goliarda, “perché altro è capire altro è sapere”, guarda, me lo sono scritto sul polso da tanto che mi piaceva.

giovedì 4 aprile 2013

giorni

giorni di pensieri, un po' confusi un po' no.
sempre più nitido vedo il confine tra chi scrive bene e chi scrive male, al di là del mio gusto, con una sorta di oggettività. non oso rileggere nessun mio testo. soprattutto non oso scrivere nessun testo.
e poi, chiuso Ota Pavel, meraviglioso. In grado di dire un mondo con quelle parole semplici. in grado di lasciare sullo sfondo la tragedia, che c'è ed è presente, ma non diventa mai protagonista.
ed è un dono, qualcosa di bellissimo, essere capaci di non esplicitare il male quando lo si ha tra le mani, sotto gli occhi, quando di sicuro fa male.
e poi son giorni di letture sul reportage, riflessioni sul viaggio, sul vero, sull'etica, sul dire.
e poi di nuovo un testo delicato tra le mani, di nuovo l'infanzia, come con il mio amato goma. anche se qui l'infanzia è più mite, la guerra non c'è (e i bambini non "si siedono"), c'è il moderno che avanza però, e un villaggio in dono, abitante dopo abitante.
perché l'infanzia, quando nei libririesce è qualcosa di pazzesco. di potente, di incredibile.
e poi il sole e la pioggia e lettere mal scritte e lettere non scritte e distanze.
e poi dovrei ridiscutere il mio rapporto col polo dell'inaccessibilità. ma adesso sono stanca.



domenica 4 dicembre 2011

La fine del mondo (rilettura di un'immagine di viaggio)

Immagine di Marika Bertoni


Ha fatto un sogno: le toglievano la lingua. Non quella rosea, nella bocca asciutta. Le toglievano la lingua dalla testa. Rimanevano solo concetti. Nessuna forma possibile. Suoni come latrati, come cigolii. Simboli come macchie, come pozzanghere. E il concetto pulsava e feriva nella testa, voleva uscire senza poterlo fare. E il concetto bucava, senza mai poter uscire. “Ma Dio, Dio mi capisce?” pensava la vecchia nonna nel grande letto sul tetto, all’ombra dell’ulivo secco. Occhi sbarrati, pelle sudata. Il sonnellino pomeridiano le ha portato un incubo. Scesa in casa ha attraversato il corridoio, si è lavata alla fonte e nella stanza della preghiera ha parlato con Dio.
I guerriglieri lì sulle montagne proteggono una lingua, una cultura, una famiglia. Lottano come una vita fa perchè non sanno in quale altro modo possono lottare. Sciarpa stretta sulla testa, sulla faccia e sul collo, pantaloni che cadono un po’, scarponi pesanti, armi inadeguate, ma pur sempre armi. I guerriglieri qui non sono cattivi, sono figli, fratelli, mariti delle figlie e quindi anch’essi figli, sono donne innamorate, sono vecchi intestarditi, sono chi non ha alcuna intenzione di cancellare la propria identità. I guerriglieri sono tanti, un tot per famiglia, tra le famiglie che possono, che hanno cuore. I guerriglieri sono famiglia dei martiri, i guerriglieri sono i futuri martiri forse. I bambini quindi giocano ai guerriglieri, senza cattiveria, senza preconcetti. I bambini del kurdistan forse sanno già tutto e ascoltano silenziosi nei letti sui tetti i discorsi dei grandi, le parole che sfuggono dalle fessure delle porte, dai buchi dei proiettili nei vetri. I bambini assorbono senza giudizio, sono quello che sono accettano quello che hanno. Il loro altrove è dentro. Zara, pollice alla bocca e sguardo distante guarda fuori, pensa. Zara mi ha mostrato i suoi disegni, di sera. Li ha fatti con Gira la moda. Li guardo uno a uno, mi concentro sui dettagli, sui colori, mi fingo sorpresa. No. Sono sorpresa. Anni 13, sandali bianchi laccati sopra i calzini marroni. Parla tre lingue. Chissà in che lingua pensa. Di certo guarda fuori e pensa che deve andare a scuola anche il sabato, finché può soprattutto. Avrà difficoltà ad uscire dalla Turchia, avrà difficoltà a realizzarsi in una Turchia che danneggia i curdi, che ostacola le donne, che inonda i villaggi. Mi ha dato tra le mani un album di disegni da guardare, si tratta di figure femminili vestite con abiti da lei disegnati o incollati, il suo portfolio. Di colpo ho pensato: nessuna chance di essere stilista. Nessuna. Sfogliavo pagina per pagina il malandato quaderno, guardavo con una commozione forse immotivata forse del tutto fisiologica quella bambina-ragazza. Quella futura madre di famiglia, se tutto va bene. A volte tutto va bene. Alla madre di Zara, koçer illuminata tutto va bene. Mai tanta serenità e allegria ho visto in una persona. Mai tanto calore ho provato al primo sguardo. Con l’ipad nelle orecchie, libri nelle valigie e amati nel mondo ho invidiato la gioia della giovane già madre che curva lavava i piatti sul pavimento. Ho invidiato sorpresa il suo viso disteso, il suo credere in Dio, la sua fiducia nel suo uomo. È la donna più felice del mondo, ho pensato, e ho bevuto un altro sorso di tè.

lunedì 26 settembre 2011

En passant (appunti di viaggio)


Pantaloni grigio-verdi a vita alta-altissima, cintura sottile, nera, la fibbia nascosta da un rimbalzo di pancia. Camicia a righe gracili bianche e blu, capelli grigi, orecchie grandi (qualcuno m’ha insegnato che le orecchie non smettono mai di crescere). Non vedo il viso, mi volta le spalle, ma gli vedo le dita.
La mano resta sospesa a mezz’aria, sotto, in piedi, la regina nera nel fazzoletto bianco, qualche pedone, una torre marrone chiaro. Pollice e indice quasi a toccarsi, sorvolano la scacchiera, ondeggiano incerti tra la regina e il cavallo, poi la mano s’abbassa.
La regina di un passo si sposta in diagonale.
Suona il telefono, e una e due e tre volte.
Si alza dalla panchina, si scusa:
- sì va bene, ma possiamo vederci dopo? Adesso sono proprio occupato. Sì sì domani va bene, anzi è meglio, è meglio se parliamo domani.
Si gira verso di me, ha baffi bianchi come quelli di Walesa, le sopracciglia folte e spettinate. Si siede nella stessa posizione di prima, sporto in avanti.

È un pomeriggio assolato, la Vistola rumoreggia. Si crea un cerchio attorno al tavolo, si fermano persone a guardar la partita, solo uomini. Capotavola 1: maglia gialla, occhiali dalle lenti gialle, e dalla catenina anticaduta, pantaloni marroni, sandali e calzini; la testa appoggiata ai palmi delle mani. Capotavola 2: uomo senza età, dai venti ai cinquanta, aria trasandata, zaino spesso sulle spalle, maglietta macchiata, sgualcita, occhiali dalla montatura sottile, naso affilato, figura minuta, scarpe in pelle con suola rasoterra. Vicino ai giocatori altri due uomini di mezza età che dimostrano almeno dieci anni in più, capelli brizzolati, corpo in sovrappeso, sguardo concentrato. Il tavolo è avvolto nel silenzio.

Col pugno si regge la testa l’antagonista. Ha il viso sottile, rughe sul mento, sulle guance, sulla fronte, sugli occhi, le abbra anch’esse una linea, l’ennesima piega.
Guarda stupito la mossa, rapido replica, sorride. Scuote la testa, che sia meraviglia?

Tutto si ferma, otto persone guardano fisse il quadrato dei quadrati fatto di marmo. Guardano in silenzio, mi sembra di vedere i loro occhi che spostano le poche pedine rimaste, che ripassano mosse. È evidente che gli scacchi sono una sfida tra i se stessi, prima che con l’avversario.
Attorno tutto si muove. Ibernato solo il tavolo degli scacchi.
Passano macchine coppie bambini tram barche, volano uccelli e aerei e una mongolfiera, là in fondo, rotolano palle cadono borse fremono di brezza leggera gli scialli.
I due giocatori, gli osservatori, spostano pedine col pensiero.
Scorre la torre bianca, avanza il pedone nero, l’alfiere sfianca il cavallo, la regina mangia l’alfiere, il pedone spodesta la regina, No!, daccapo.
Scorre la torre bianca, cavalca il cavallo nero e calpesta il pedone, scappa la regina s’avvicina al re, ma ecco l’alfiere che punta, No, ancora no, daccapo.
Scorre la torre bianca, scivola...
Come se ogni partita di scacchi contro un avversario ne contenesse cento, silenziose, con se stessi.

Ecco, il baffo ha mosso. La ruga risponde rapida, aveva previsto. Di nuovo la mano sospesa a mezz’aria, il polso piegato inclinato abbandonato come un braccio che pesca orologi nella grande scatola del lunapark.

La luce si riflette sui pezzi più chiari, i morti che giacciono fuori dal campo.
Gli occhi scorrono veloci, precisi, calcolano e ricalcolano. Di nuovo la mano sorregge il viso sulla guancia destra, e di nuovo il baffo di spalle aspetta prima di muovere, e un altro uomo dall’alto di ferma a sbirciare, anche lui a giocare. Il pedone nero quasi raggiunge il bordo avversario, labbra sottili alza gli occhi dalla scacchiera, sono azzurri come l’est, le sopracciglia si moltiplicano sulla fronte. Anche il baffo per un attimo alza la testa e si guarda attorno, l’orecchio arrossato dal sole, la ventiquattrore sciupata sulla destra, la giacca accasciata sulla sinistra.
Inizio a chiedermi se mai questa partita finirà. Suona l’orologio del castello. Nessuno lo sente. La mano pinza che sembra impiccata sfiora la corona, poi s’innalza ancora, muove il pedone. Viso rugoso affilato fa un lungo sì con lo sguardo, accenna a un sorriso. Ha visto. Fa la sua mossa e incrocia le braccia.
(punti importanti: tutto si muove attorno, i giocatori sono congelati - immobili; ogni oartita contiene centinaia di partite giocate con se stessi)

giovedì 21 luglio 2011

Forse dovevamo capirlo subito


-         Forse dovevamo capirlo subito che non poteva funzionare.
-         In che senso non poteva funzionare?
-         Ma sì, non può funzionare, siamo stati degli stupidi, avremo dovuto capirlo, avrei dovuto capirlo, soprattutto dopo...
-         mi stai lasciando?
Silenzio
-         non è che le persone si lasciano e si prendono, non abbassiamoci anche noi, ti prego, al linguaggio pieno di virus usato dalla tv e dai fumetti, si investe in relazioni, si assecondano stimoli e impulsi...
-         ma che dici? Ci sono fumetti scritti benissimo, ma tu, al solito, ti metti in cima alla sedia e guardi giù. E quello che ti sembra diverso dal tuo stile diventa irrimediabilmente peggiore.
-         Non cambiare argomento, oppure sì, cambialo, fai quello che vuoi. No comunque, non voglio lasciarti perchè non ti ho preso. Per un periodo abbiamo provato a stare insieme ma non funziona e non ho intenzione di accanirmi per fare in modo che funzioni. Forse abbiamo nature incompatibili, o se non è così non so, di certo non vogliamo le stesse cose. Mi sembra di percepire nitidamente, a volte, la fatica che fcciamo.
-         Perchè ci giri intorno, perchè fingi di addolcire una piccola che così si fa ancora più amara. Perchè butti la colpa su entrambi anzichè ammettere che ti sei stufato? No, tu mi guardi dalla tua sedia e dici che abbiamo nature diverse, che percepisci che facciamo fatica a stare insieme. Facciamo. Così dici. Ma io non faccio fatica, e se la faccio magari mi va di farla, è lecito voler fare fatica, no? Una buona parte della nostra cultura del cazzo è basata sull’idea che è sacrosanto e giusto fare fatica...
-         Perchè hai bisogno di sentirti rifiutata? Perchè mi obblighi a farti soffrire? Perchè non guardi alla realtà e non ti togli le vesti della vittima? Non ti sto rifiutando, e mi rifiuto, scusa la ripetizione, di rifiutarti. E non solo perchè sei tu, in generale non potrei mai rifiutare qualcuno, è del tutto fuori luogo, poco etico, incivile. Non si rifiutano le cose, figuriamoci le persone. No, mia cara, non ti sto rifiutando, sto piuttosto dicendo che la nostra relazione non funziona, è affaticata e pregna di dinamiche sbagliate, e io non ho abbastanza amore e pazienza e tempo da investire nel recupero di questo rapporto.
Silenzio
-         ok, credo che basti, credo di aver capito. E sì, ora credo anche di essere ferita abbastanza da starmene zitta e lasciarti andare. Ah no, scusami, non posso lasciarti andare visto che sei figlio del libero arbitrio. (risata amara, labbro che scende a sinistra, occhi che si colmano di lacrime).

Lui ha ragione, lei sapeva che sarebbe finita così. Avrebbero dovuto accorgersene da subito. Forse se ne sono accorti da subito. Ma le cose si mettono a tacere in amore, no? Mai si colgono i piccoli segni. Si evita di riconoscere quella smorfia che da subito ci irrita. La si evita fino a quanto tutto il viso non si fa smorfia. E allora l’amore finisce e scompare il viso. Forse funziona sempre così. Loro non hanno scuse. Non ne hanno nemmeno bisogno visto che la cosa è nata sviluppata e finita tra le loro mani. E noi? Siamo attenti o abbagliati? Fingiamo di non riconoscere che non può che finire? O forse ci crediamo davvero? E lui, che sembra così saldo, diplomatico e corretto, lo è davvero? Non si sta nascondendo dietro alle parole? Avrà sofferto anche solo un istante per la fine di questo amore? E poi ogni cosa fa storia a sé, ogni rapporto è gestito a due, o a tre, ogni persona è un mondo di... bla bla bla.

lunedì 6 giugno 2011

L'assedio (incipit)


Mai ho avuto paura della morte in sè, per lo meno della mia, intendo. Sono una di quelle persone sciocche, che temono l’agonia, la sofferenza, il dolore piuttosto che la fine. Mi alleno. Ho così paura del dolore che me ne impongo a piccole dosi quotidianamente, per prepararmi a quando riincontrerò quello vero. Così da essere allenata, così da non trovarmi in balia di, come una sprovveduta. Per giorni non mangio ad esempio, così che il mio corpo si abitui a sopportare la fame. A volte lascio che le mani sbattano con forza sui muri, sulle ante, mi schiaccio le dita nella portiera, così che gli arti portino già segni, così che i denti si serrino silenziosi in automatico. Mi mordo, mi mordo le nocche delle dita, le spalle, mi mordo fino a che non vedo il sangue, così da poter attaccare per prima, da non subire solamente.
Non è da sempre che mi alleno, con oggi sono sette mesi. Sette mesi fa, oggi, mi hanno colta impreparata. Dopo l'assedio, così almeno chiamo l’evento, pensavo di voler morire, invece ho deciso di non aver più paura della morte, ho deciso di non essere mai più una vittima, ho iniziato il mio percorso.

domenica 23 gennaio 2011

Irraggiungibili, flash back


Il vaso dei fiori blu è caduto a terra, ed io ho pianto tra i cocci, nell’umido del pavimento come in un rifugio profumato in frantumi. Tu non ci sei. Tu non rispondi. Tu sei l’altrove. Sei un mistero che turba e intriga, come un antico rito di passaggio. Non oso pensare ad altro, le cose mi scalfiscono nel profondo, non sono capace di sprofondare nel giornale, leggo senza testa. Non posso nemmeno abbandonarmi ad un film, o incontrare qualcuno, sono immersa nell’ansia, nuoto senza ossigeno nelle profonde acque del tuo vuoto.
La pazzia è femminile. Il potere è maschile.
Io sono maschile e femminile, insieme, come tutte le persone che conosco.
Le ore scoccano lente, scandite dai singhiozzi e dal tintinnio ottuso di pensieri terminali.
Sei sparito. Sei morto? Vivi? Io aspetto.
Penelope aspetta, rifiuta. Tiene a bada i pretendenti con uno stratagemma, Penelope pensa, accoglie, riflette, cuce, disfa, intreccia. Solida di giorno e sola di notte. Porta sulle spalle una pesante consapevolezza. Si muove rimanendo immobile, cresce disperata nel suo sapere di donna, impara a sue spese chi è l’uomo, sente il vento del cortile nei propri occhi e a stento trattiene il pianto. Penelope è forte e debole, è roccia e aria, lei sa. Penelope vive nel limbo dell’attesa, come me.
Ho paura che tu ubriaco sia caduto una notte nel Tamigi, che tu sia morto di freddo su una panchina, che tu sia stato investito. Nessuno mi chiamerebbe per dirmelo, la polizia avviserebbe i tuoi familiari, a me nessuno penserebbe. Ho paura di essere per sempre destinata alla tua ricerca.
Sei sparito. Vivi? Preferirei mille volte sapere che non mi ami più, piuttosto che temere la tua morte, preferirei accadesse agli altri per poterli consolare, piuttosto che sentirmi mancare il sangue nelle vene.

venerdì 12 novembre 2010

E giù.

E su e giù.
Non parlo di sesso. Parlo di umori.
Su e giù senza riposo, senza pause, senza equilibri. Anche quando è più su che giù diventa stancante. E poi quando è più su che giù il giù sembra più giù del solito giù, si cade da più in alto.

Adesso di colpo giù, ecco.
Certo che so i motivi. Il motivo. Futile! il motivo futile.
È un’assenza il motivo futile. Una mancanza.

L’uomo con la montatura dell’occhiale zebrata accosta la macchina, metà sul marciapiede, metà in mezzo alla strada. La grandissima macchina non zebrata. La apre e la chiude, entra nella profumeria, esce, prende una scatoletta dalla macchina macchinone, fa pip con le chiavi voltandole le spalle, di nuovo dentro, poi di nuovo fuori. Mezzo sorriso. Uno sguardo interrogativo. Io aspetto infreddolita. Aspetto infreddolita da ventiquattro minuti. Davanti alla profumeria. Nella via stabilita in gran segreto. Il trucco perfetto, i punti sotto agli occhi così tondi che se solo sorridessi sarei solo punti sotto agli occhi e sorrisi dolci. Profumo di fresco nel freddo. Calze un po’ a rete, stivali alti e neri. Un vestitino mozzafiato prendifreddofuordimisura. La montatura zebrata entraesce dalla macchinona e dalla profumeria. Poi, l’ultima volta, fa per salire in macchina, si gira mi guarda: “non è ancora arrivato? Devi metterlo sotto!” sorride come a dire in bocca al lupo santa giovane donna nei guai.

Così il vaso trabocca. Il piede destro congelato.
È obbligo fermare l’umiliazione. Obbligo andarmene subito. Un po’ di rispetto signorina tuttapuntinisottogliocchioniblu. Mi giro e imbocco la strada. Niente di cui piangere, niente di cui arrabbiarsi. È però obbligo non voltarsi più a controllare se da lontano la macchina bianca, il bel sorriso, tutto baci promessi... No! Non ci si volta, e non si aspetta oltre le sedici e trenta.
Anche se a casa nessuno aspetta.

E giù.

martedì 14 settembre 2010

Fan del fumettista

La ragazza che chiede la firma all’autore ha occhi accesi e un sorriso limpido, e ingenuo. Quando dico accesi intendo proprio proprio accesi, quasi innamorati, luminosi, scintillanti, azzurri, sferzanti. Ha il naso sottile, dritto tra gli occhi. La bocca a triangolo, denti bianchi, capelli corti, aria spigliata. Siede di fianco accavalla le gambe. La punta del destro accarezza la caviglia del sinistro, le scarpe sono basse sportive verde mare. Guarda distratta il lavoro del fumettista che lento e con cura le dedica il libro. Lo sguardo si alza dalla pagina ai baffi. Dalla linea del naso alla punta della penna, dalla mano sinistra che separa con pesantezza la copertina dalla pagina al segno dell’anello nuziale dimenticato forse sul bordo del lavandino. Occhi che indagano senza sapere che la mente analizza e trae conclusioni. L’uomo ormai vecchio tatua la stampa, mi volta le spalle, non vedo le sue labbra -ma la fan sorride, si sporge, pretende d’esser ricordata. L’amica le sta dietro, braccia un po’ incrociate, un po’ a preghiera un po’ lungo i fianchi un po’ a cercar la posizione. Braccia invadenti -l’amica retrostante. Capelli lunghi, frangetta trasversale, fossette. Fossette. Sorriso illuminato di una dolcezza genuina di fossette di bambina. Occhi truccati solo ai lati, maglietta aderente azzurrina, jeans e ballerine come da tradizione giovane donna casual. Fossette. È tutta una fossetta -per questo molto bella. Si nasconde dietro alle braccia e sbircia con le fossette. Un piccolo neo sulla guancia destra, labbra una sola linea, pelle giovane. Imbarazzata. Il fumettista ha alzato lo sguardo una fossetta l’ha forse abbagliato. Dice qualcosa, non sento. Lei arrossisce e risponde un nì con testa a penzoloni, frangetta fissa, nessuna ruga. Mano destra nervosa, mano sinistra sulla spalla dell’amica. Mano destra che stringe e che sfoglia, un fianco, un libro, un’idea. Le labbra rientrano in bocca, la faccia diventa paffuta, la fossetta sorride risoluta.

domenica 12 settembre 2010

...un po' come morire



Spedire o non spedire? A volte ci si trova davanti alla buca delle lettere come davanti a un bivio. Che si tratti di una lettera d’amore, della disdetta di una casa, di un testo per un concorso, di una cartolina nemmeno scritta – il dubbio si trasforma in esistenziale. Eravamo davanti alla scatola rossa. Due bocche: per la città e per tutte le destinazioni. Due bocche simboliche immagino, perché sono convinta che portino alla stessa pancia un po’ a dieta negli ultimi tempi. “le poste e le pompe funebri” diceva mio nonno “sono i posti sicuri, ce n’è sempre bisogno”. Sbagliava. Delle poste ormai non c’è più bisogno. Troppe incertezze. Troppo tempo. Troppa fila. Troppe variabili: una pancia arrugginita e un foglio che s’aggrappa, il soffio più forte d’un vento d’autunno e la busta che rotola nell’aria, un impiegato annoiato, un postino geloso, un vicino curioso… delle pompe funebri non so, la memoria di una persona che non ha potere di protestare agisce più della persona stessa, quindi forse… ma sto divagando. Due donne, una busta, due bocche rosse davanti. Ci guardiamo, mandiamo? Passa una donna silenziosa, ci crede straniere, ci ruba la busta, desidera insegnarci come fare, fa per sfamare. Sorridiamo, la blocchiamo, le spieghiamo. Si scusa, arranca confusa.
Tre donne, una busta, due bocche rosse che chiedono. Ché chiedono? Parole, notizie, speranze, rifiuti, decisioni, saluti, informazioni. Noi: un piccolo grappolo d’uva, la busta: baffuto pampino, la buca delle lettere: la bocca del bambino. No, non spediamo, l’uva è per il vino, e poi spedire è un po’ come morire.

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