Varenna è un posto di sole. Ogni volta che vado c'è il sole, ci sono piante esotiche che s'affacciano sul lago, ci sono pendii da esplorare e bei palazzi rivolti all'acqua al vento.
Sopra Varenna, lo si vede andandoci in macchina, ci sono belle casette ben rientate. Tante volte passando mi son chiesta cosa fossero. E sempre chi guidava mi diceva: un cimitero.
E alla fine ci sono andata, c'è una bella passeggiatina e s'arriva al cimitero inglese. Un cimitero bello, tutto orientato verso il sole, con una vista mozzafiato.
Non sto qui a dire i perché e i percome del cimitero e del suo nome, si sappia che è soleggiato e ventoso, caldo, e pare una finestra sul paradiso. E è ricco, ci sono le tombe orientate al sole al primo piano e le casette al secondo, tutti i bei cognomi in fila, a grandi caratteri. Ma non scrivo per quello, scrivo - e di fretta perché c'è un gran casino e è ora di cena e attorno parlano sia il papà che la bambina - perché su una di queste tombe al primo piano, di fianco al nome e alla foto c'era una formula: VI = (MC + AF)/E
Proprio questa formula, e sono curiosa e l'ho scritta su un pezzo di carta pronto a esser perso, e ho voglia di scoprire cos'è. Mi pare già bellisima.
Circondata dalle rappresentazioni, dalle narrazioni. Provo a interpretare, a leggere il mondo. Cerco brandelli di realtà, poi rinuncio, poi capisco; e senza pretese m'immergo nello scambio.
martedì 29 novembre 2016
martedì 15 novembre 2016
Appunti sul corpo
All'università ho scoperto di avere un
corpo. Me lo hanno detto. A un laboratorio teatrale, in una sala
grande e luminosa, con pavimenti in legno, ci hanno guardato e ci
hanno detto: Avete un corpo.
E allora ho capito che avevo un corpo e
che potevo usarlo. Decidere come camminare, come ridere, se e come
allenarlo (questo dello sport è arrivato dopo), allungarlo,
torcerlo. Un corpo tutto mio. Non so perché prima non lo avessi mai
saputo. Non ci avevo mai pensato. Forse è colpa della religione, o
dell'educazione, degli ideali (non nel senso di ideale-perfetto, nel
senso di idee alte per cambiare il mondo), e di una sorta di pudore
di tutto quello che esce dal corpo.
Il sudore no, le feci no, gli odori no,
i rumori no – l'urina è concessa, lo sputo è concesso, il
brontolio della pancia no, i rutti no, neanche i peti.
Che percorso per dire queste parole.
Anche solo dirle. Anche solo riconoscerne l'esistenza.
Azioni consentite poche e private, e
per il resto negare, assottigliare, rendere invisibile.
Gli anni Novanta.
Comunque all'università ho capito che
avevo un corpo e che non mi piaceva per niente. E neanche agli altri
piaceva, era troppo grosso o troppo molle. Sì begli occhi e bel viso
angelicato e i capelli lunghi lunghi, e la schiena forte. Ma poi i
fianchi erano larghi e la pancia forse era grossa anche se la tiravo
in dentro. Ma intanto facevo teatro e capriole, e allargavo le mani
come nella commedia dell'arte, e allenavo la voce fin nella schiena,
e respiravo, respiravo. Non so quanto ho respirato negli anni di
teatro, in tutti i modi possibili, sessioni di mezz'ora di respiro
col sonno che bussava negli occhi.
Respirare sì, russare no. Sì anche a
certe voci che nascono dalla pancia, dalla gola. La voce del dentro,
né della bocca, né della testa; del corpo.
Piccoli passi banali per una parte di
mondo, piccoli passi mai fatti per un'altra parte di mondo (certi
vecchi, certe vecchie. Ho sentito storie di vecchie che non si sono
mai guardate nude, che si sono lavate a pezzettini una vita intera.)
Eppure per i vecchi le feci sì, gli
odori sì. Tutto il corpo che macera (marcisce?) dentro, in qualche
modo, sì.
mercoledì 26 ottobre 2016
I nuovi pionieri e la scema del villaggio
Oggi correvo, ho provato una nuova
stradina tra i campi ma era molto fangosa, così ho ripiegato per il
solito giretto nel paese, senza sapere che è giorno di mercato.
Nella corsa ho avuto un'intuizione, una
sciocchezza che devo approfondire (quindi può essere che
tutto quello che segue è sbagliato e non funziona così), ma la
dimentico se non me la appunto.
Ieri sera a cena il nonno ha dato delle
figurine alla bambina e le ha dato tre buoni scuola. I buoni scuola e
le figurine li dà un supermercato di Lombardia. I buoni scuola
vengono consegnati a scuola e credo che corrispondano a strumenti
didattici che la scuola può acquisire.
Nello scambio ho realizzato che dove
vivo io non ci sono buoni scuola, ma appena l'ho detto mi è stato
risposto che dove vivo io non ce n'è bisogno, che siamo una regione
ricca.
La bambina stamattina è andata a
scuola e ha consegnato i buoni scuola alla maestra, anche altri
bambini probabilmente. Me li sono immaginati col grembiulino, in
fila, che davano i buoni alla maestra, e lei rispondeva, brava
bambina, oggi ne hai portati tre, che bravo questo maschietto, ne ha
portati cinque, e così via. Ci mancava solo, nella mia
immaginazione, chiaro, che la maestrina dicesse: consuma di più,
così ti diamo un righello, dillo anche alla nonna che compri
all'esselunga, così ti diamo una gomma.
Fantasia che corre di sicuro più
veloce di me. Tra l'altro avevo i pantaloncini corti e non c'è
persona che non abbia interagito “oh che atleta” “ah, bella
calorosa” “forza forza” e così via, che mi son sentita proprio
la scema del villaggio.
Dicevo che fantasticavo a tutta birra,
e mi sono venuti in mente i pionieri, gli ottobrini, quelle
organizzazioni di bambini e ragazzi, sotto il comunismo e socialismo,
quelli che andavano a fare la raccolta del ferro per poi venderlo e
guadagnare gli spicci per le lavagne nuove. Quelli che ripulivano
collettivamente il giardino, che ricevevano punti se aiutavano i
vecchietti ad attraversare... (la mia fonte è la letteratura, ben
inteso, se ci sono errori prendetevela con i libri keller).
Ecco, mi son venuti in mente loro. Con
la differenza che gli ottobrini e i pionieri facevano per il bene
comune, e qui invece i grembiulini sono l'incentivo a consumare per
il bene comune. I nuovi pionieri. Bambini come tramite per alimentare
i consumi in quel supermercato lì, bambini a cui non è richiesto di
fare delle buone azioni né alcuna responsabilità (ci mancherebbe, è
il 2016, i bambini basta che siano belli), solo di portare il buono
scuola che guarda caso è in mezzo alle figurine.
Ecco, a me pare tutto un po' confuso.
Mi pare che i bambini potrebbero benissimo starne fuori, se il buon
supermercato ha voglia di aiutare le scuole può fare tutto
attraverso i genitori, visto che sono loro a pagare. Mi viene il
dubbio, ma qui mi pare di esser già in una puntata di black mirror,
mi viene il dubbio che non sia una sorta di marketing in prospettiva.
E allora dopo la corsa di oggi tornerei
dal nonno, e gli direi che magari noi (sempre odiato questo noi), che
noi magari non ne abbiamo bisogno, ma che è il caso porsi delle
domande nel momento in cui si svende lo sviluppo della capacità
critica dei bambini per un bel righello nuovo.
martedì 11 ottobre 2016
la bella la..
L'altro giorno correvo verso sera,
c'era l'ultimo sole che scendeva. Ho fatto una strada diversa per
intercettare le strisce pedonali, stavo per accostare un vecchio
albergo, una di quelle strutture un po' fatiscenti e chiuse da anni,
con una carta da gioco disegnata sulla parete frontale, un fante di
qualcosa che ho dimenticato, disegno che per svariate corse mi ha
fatto pensare a una bisca, a un luogo di malaffare, invece solo un
alberghetto, comunque di malaffare perché a quanto si dice ci
andavano gli imprenditorini con le amanti, e comunque che le coppie
abbiamo amanti è quasi socialmente accettato quindi comunque il
malaffare è riferito di sicuro agli imprenditori, ma mi sto
perdendo. Affiancavo 'sto ex alberghetto e ho notato che di fronte c'erano delle scale con
un abbaino sopra, mi son detta è un sottopasso bella lì, come di
dice qui, stavo per scendere e ho sentito dei rumori e ho visto in
fondo un muro quindi non era un sottopasso e i rumori erano una
signora, un po' vecchia, con un maglione rosso e i capelli cortini
neri, che lavava qualcosa. Il sottopasso era una fontana e la signora
sbatteva qua e là una stoffa per lavarla.
Ho deviato senza scendere, sono andata
alle strisce e ho fatto la mia corsa, tutta col pensiero alla
vecchietta, perché lava a 'sta fontana e non nel lavandino, se
proprio... perché in un pomeriggio d'autunno è lì da sola? Ma
starà usando la cenere? Avrà bisogno d'aiuto?
Ho super corso, veloce e senza cura,
con la foga di tornar lì e chiederle se vuole usare la nostra
lavatrice, chiederle come mai, guardarla in faccia, chiederle da
quanti anni lo fa, e nel caso della cenere chiederle anche come si
usa.
Son tornata ansimante e lei non c'era.
Avevo sprecato il momento. Dall'altro giorno passo di lì ogni giorno
nella speranza di vederla.
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