Io e il mio piccolo dramma ci svegliamo di primo mattino.
Io e il mio piccolo dramma andiamo a correre.
Io e il mio piccolo dramma andiamo al lavoro, poi prendiamo il treno; mangiamo una fetta di pizza e poi ci avviamo a lezione.
Io e il mio piccolo dramma camminiamo sotto il sole, tra la gente. Facciamo un paio d'ore di russo, i compiti, beviamo dell'acqua.
Oggi non sono sola e temo che il piccolo dramma non sia per niente stanco.
Circondata dalle rappresentazioni, dalle narrazioni. Provo a interpretare, a leggere il mondo. Cerco brandelli di realtà, poi rinuncio, poi capisco; e senza pretese m'immergo nello scambio.
lunedì 29 ottobre 2012
giovedì 25 ottobre 2012
Il nemico, ma non quello vero.
Poi c'è quel momento in cui abbassa le difese. Quell'attimo in cui di colpo tutta la stanchezza sale in superficie, sul viso. E l'altro, il nemico con la n minuscola, ci appare per quello che è, un uomo. Quell'istante in cui prima di aprir bocca il respiro va più in profondità e poi esce come respiro e non come insulto. Quasi come resa. No, un armistizio piuttosto, un abbassare le armi fino a domani, almeno fino a domani.
giovedì 18 ottobre 2012
giovedì 27 settembre 2012
sovrapposizioni temporali e spaziali dovute agli oggetti
Lavoro a un libro di Herta Mueller,
ogni suo libro è un viaggio nella sua testa, difficile, duro,
geniale.
Lavoro a questo testo, che è una serie
di riflessioni sulla scrittura, sulla lingua, sulla libertà, e ne
rimango drammaticamente ingarbugliata. E così guido la macchina
distratta. La testa si è perduta nei concetti.
Oggi ho letto qualche riga che mi ha
subito riportata al Kurdistan.
“A me capita che siano gli oggetti a
stabilire quando, come e dove possono riaffiorare nella mente
situazioni e persone del passato. Loro, che rispetto a noi sono di
tutt'altra materia, invulnerabile, e durevole nel suo essere
inanimata, determinano il proprio ritorno nei nostri pensieri. Gli
oggetti alzano il braccio per colpire a destra e a manca, ammiccano a
ciò che è stato riemergendo casualmente.”
Era sera, forse la penultima sera, o
forse addirittura l'ultima. Il giorno dopo saremo partite, io per
certo sarei partita, di C. non ero così sicura. Si andava da una
casa all'altra a salutare, io ero stanca, e pensierosa, forse anche
un po' annoiata dal non capire, dal dover farmi tradurre di cose che
non sempre mi interessavano totalmente. Passiamo all'ultima casa,
prima non vi eravamo mai state, e proprio per questo dovevamo
passare, per non fare uno sgarbo all'ospitalità.
Entriamo, tappeti, divano, cai,
cuscini. Obbligata a sedere sul divano siedo composta e statuina, non
posso parlare. C. ascolta, interagisce, ogni tanto le tocco la
spalla, dài dimmi che si dice, a volte traduce, altre si rende conto
che sarebbe lungo e complesso e non determinante. Alzo lo sguardo, un
po' scazzata perché comunque è l'ultima sera e proprio trascorrerla
non capendo... dopo tutto un mondo a cui devo dire ciao... alzo lo
sguardo, dicevo, e vedo appeso l'orologio blu, a forma di palla, che
Paka aveva comprato un giorno d'estate davanti a un supermercato. Un
orologio brutto, bruttissimo, color blu e argento, una pacchianata
pazzesca, con uno schermetto digitale che riporta l'ora, un orologio
che mai mi è piaciuto, ma che senza sofferenza ho tenuto appeso a
casa per almeno quattro anni, un orologio tolto dalla parete quando
ho voluto imbiancare per togliere dalla casa l'odore di fumo, il
giallo del tempo, i segni dei poster, la presenza del passato. Ecco,
l'orologio che non ho più rimesso è capitato qui, come se dallo
scatolone delle cose mai riappese sotto la libreria nella stanza di
mezzo fosse finito su questo muro giallo, nella stanza coi tappeti e
i bicchierini da tè, di nuovo una stanza con l'odore di fumo e
questa volta anche di tonico al tabacco.
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