martedì 27 marzo 2018

God save the Queen

Penso spesso alla Regina Elisabetta. Pare assurdo che ci pensi, non sono propriamente a favore della monarchia, non ho particolare interesse verso gli inglesi, non mi piacciono i pettegolezzi sulla famiglia reale, né m'interessano. Eppure alla regina penso spesso e le dedico tante corse.
Trovo estremamente interessante il suo percorso di vita e le narrazioni che lo riguardano, trovo davvero dignitosa la sua figura di donna. Mi commuovo pensando alle rinunce che deve aver fatto, e sono soprattutto queste che analizzo. Poi mi fa tanto pensare a come abbia affrontato, nella lentezza istituzionale del regno, tutti i cambiamenti di questo mondo che si è capovolto negli ultimi sessant'anni. Regna dal '52, ha viaggiato in lungo e in largo, ha avuto le cose più strane e curiose, nulla da desiderare (per citare la sirenetta) eppure ha dovuto far coincidere la sua vita con un ruolo. Per questo penso alle sue rinunce, che chissà fino a che punto lei ha vissuto come tali. Ha sovrapposto l'imperativo personale a quello istituzionale, e questo per me è sbalorditivo e me la fa piacere tanto. Penso spesso al mio imperativo personale/morale, al fatto che c'è una serie di azioni che mi procurerebbe beneficio ma che non faccio per rispetto verso questo imperativo, come a dire che ho un margine di libertà ma in fondo io sono io e sono convinta che in questo essere io sia inevitabile una quota di coerenza, e quella coerenza si traduce nel seguire i principi che mi sono data (appunto l'imperativo personale).

venerdì 9 febbraio 2018

Aspetto tanto la primavera, l'aspetto forte.

Aspetto tanto la primavera, l'aspetto forte.
Stringo i pugni, i denti, la mascella. 
(quando cammino nel freddo della città certe notti, dall'Hotel alla macchina.)
Sbircio sopra l'orizzonte, dietro le montagne, nel riflesso dei laghi.
Il mare è lontano, lo immagino soltanto.
Aspetto tanto primavera,
l'aria leggera, il sole che prende forza,
le mattine con la luce già fuori dalla finestra.
L'aspetto forte la primavera,
una stanza in più: il balcone,
e la voglia di respirare fino in fondo, e di dimenticare il cappotto.

martedì 2 gennaio 2018

Ezio, la banalità del male.

La piccolezza dev'essere un tratto distintivo dei vicini di casa.
La prima volta che ho visto Ezio ero una ragazzetta e facevo l'animatrice in un campeggio estivo, quelli della parrocchia. Era un bambino sfigato, montagnino, molta tenerezza. I denti storti, paffuto, quella voce un po' roca come avesse sempre giù la voce, le lentiggini di quel bambino sulla copertina delle ceneri di Angela, o di nel sonno non siamo profughi, i capelli corti tagliati un po' a caso, le guance un po' sporche di terra, bassetto. Molta tenerezza. Ricordo che gli piacevo, veniva a cercarmi, giocavamo. Ricordo poco, ché poi nella testa non l'ho più ripassata quell'estate lì, è perduta. Poi l'ho dimenticato. Sapevo che era il figlio del Nelo, e che bene o male condividevamo (le famiglie, sia chiaro) una parte di strada delle nostre seconde case, in montagna. Che fosse figlio del Nelo e che avesse a che fare con la montagna però non l'ho mai capito bene, perché son cose che non gestisco. Di Ezio ho risentito parlare l'anno scorso, o forse due anni fa, di sfuggita. La mamma diceva che è uguale a suo padre e si è sposato. Ho provato una sorta di tenerezza per un istante, quel bambino sfigato che mi prendeva per mano e correva nel prato si era sposato. Poi sono tornata alla mia vita.
Ieri l'ho incontrato e sono rimasta affranta.
Primo giorno dell'anno, montagna, neve dappertutto, neve su tutti i rami, sulla strada, sulle poche foglie rimaste, sulla macchina, su di noi, visto che nevicava tanto e bene, così bene che ho pensato: guarda, in un paio d'ore la neve ha già cancellato le nostre impronte, si riparte, è il nuovo anno.
Ho portato la pala su per la strada, per spalare un po' intorno alla macchina, nel caso in cui avessimo dovuto mettere le catene, nel tragitto con la pala ho fatto strisce nel terreno, e spinto giù la neve dagli alberi, quasi a rimpinzare con i rami catapulta quella che mi scendeva in testa. Alla macchina abbiamo un po' spalato, poi messo le catene, poi provato a fare in retro il breve tratto di salita. E lì, incredula, ho visto l'Ezio, meglio, ho visto la sua versione vecchia e incarognita. Era insieme al padre dal ghigno sempreverde. Hanno fermato la macchina, guardato con sufficienza, gridato cose incomprensibili, insulti, rimproveri. Violentemente. Che maleducazione, che sfiducia, che ignoranza, che grande tristezza. Non potevo crederci.
Quel bambino era diventato quella brutta copia di suo padre che avevo davanti agli occhi. A vent'anni già irrancorito da una macchina secondo lui parcheggiata nel modo sbagliato, dalla neve spalata nel modo sbagliato, o magari dal dramma di condividere un pezzo di strada con qualcuno. O forse solamente da qualcuno di diverso, che sta bene. Che desolazione ho provato nel vederlo passare già vecchio e arrabbiato il primo giorno dell'anno, di mattina. Piccolo stolto Ezio, perché non fai l'amore il primo dell'anno, perché non una passeggiata? Perché sei diventato quell'infelice di tuo padre e con lui gridi contro alle persone?
In tutte le corse fatte da allora ci ho pensato. All'insensatezza di quella ferocia, a quella rabbia che non cercava altro che qualcuno su cui sfogarsi, alla maleducazione del gridare al posto che del parlare. Perché sei così infelice? Che è successo? Ho rimpianto di non averti fermato quando mi sei passato davanti e averti detto: Ehi, Ezio, ti ricordi di me? O anche, mentre dall'alto della salita sputavi rancore: Ezio, calmo, risolviamo tutto, non è successo niente.
Ma lì per lì, guardandolo, ero insieme incredula e accecata. Gli ho tagliato la gola col badile, ho spaccato i denti di quel ghigno del cazzo sul grugno del vecchio, gli ho fatto implorare perdono per la sua maleducazione, l'ho stecchito con la forza delle parole, probabilmente reiterando il bullismo che deve aver subito per ridursi così. L'ho schiacciato con il mio sguardo, lui e la sua meschinità. Come fosse un insetto schifoso. L'ho minacciato. Ho minacciato la sua famiglia. Gli ho detto: aspetta solo che incontri tuo figlio, e prega. L'ho insultato, gli ho riempito il culo di neve finché non ha capito di essere stato un maleducato.
Invece ho solo detto: non serve gridare, se ho fatto qualcosa di sbagliato scusate, e buon anno anche a voi.

mercoledì 8 novembre 2017

La pedana coi fiori.

Nella corsa, prima, m'è venuto in mente che quando ero bambina, e forse per tanti anni, a casa, in soggiorno, c'è sempre stata una pedana con le piante sopra. Una sorta di podio quadrato a due o forse tre gradini, in legno, color rovere, con sopra le piante delle casa: fiori, tronchetti della felicità, edere arrampicate su altre piante, ficus benjamino, forse una palmetta, una kentia gigante, un pothos rampicante anche quello, spatifilli almeno due, una sansevieria, un antiurica. Una macchia verde dritta in fondo al corridoio, tra due finestre. Ci ho pensato con nostalgia, ho ricordato la mamma e il papà giovani, a scegliere piante anziché mobili. Forse l'edera era appesa al soffitto e scendeva libera, adesso che ci penso, o magari è così adesso e mi confondo. La pedana l'aveva costruita il papà, quando hanno cambiato i mobili la pedana è scivolata fuori casa, prima è stata sul mio terrazzo credo, poi è finita nell'ufficio della mamma. Anche lì era bellissima, vicino alla porta finestra, alle spalle della scrivania, con qualche pianta e tanti plichi di scartoffie. Lì mi piaceva anche più che a casa, sarà che mi sono sempre piaciuti i tavoli pieni di fogli e foglie. Chissà che fine ha fatto la pedana.

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