Oggi, proprio adesso, stamattina, faccio per studiare l'informatica e tutto mi butta nel teatro.
che voglia di andare a teatro, così, subito. Che voglia di sentire le voci carezzarmi nascoste e raggiungermi nel buio della sedia. che desiderio di cogliere i muscoli tesi sotto i movimenti, e le idee sotto la trama.
così, d'improvviso mi sconvolge questa voglia e mi fa tremare la pancia, che le braci ormai spente provino a farsi fuoco un'ultima volta.
Circondata dalle rappresentazioni, dalle narrazioni. Provo a interpretare, a leggere il mondo. Cerco brandelli di realtà, poi rinuncio, poi capisco; e senza pretese m'immergo nello scambio.
martedì 25 giugno 2013
lunedì 10 giugno 2013
Guerra e pace
I concerti a teatro mi piacciono, come l'opera.
L'intimità di una musica a portata di mano avvolge sempre, ingloba, ipnotizza; a volte al di là del suo valore reale.
Sono stata a vedere gli Apparat all'Auditorium di Milano. Lo spazio interno è bello, piuttosto ampio, richiama un cinema, probabilmente su due piani, noi eravamo in platea, le seggiole erano comode e ampie, l'acustica molto buona.
Nel buio la musica si è fatta fin da subito potente, penetrante, avvolgente, molto densa.
I musicisti sono scomparsi, non illuminati nonostante il loro suonare. Non vederli disorienta. Sembrano addirittura abbassarsi quando qualche fascio di luce li raggiunge, sembrano insetti.
Lo sfondo è rosso, poi nero, come sabbioso, granulare. Solo dopo capisco che il video è realizzato in diretta da un paio di persone sul palco (che si mischiano ai suonatori nascosti).
La musica si fa sempre più protagonista, e di colpo immagino un'esperienza simile ma individuale. come se fossi sono io, al centro godere di sta cosa, anche con degli occhialini, non so, più virtuale. E me lo chiedo perché mi pare che poco importi se ci sono o no, non c'è incontro tra musicista e ascoltatore. Il musicista scompare e lo spettatore è in mezzo agli altri spettatori, senza fare senza dare, nessun movimento. Che ci sia io o xy non cambia nulla. E allora perché proporre il concerto a teatro se lo spettatore non conta?
Lo sfondo rosso porpora scende dall'alto come una superficie lunare gibbosa, attritica.
Capisco cosa non va, è lo schermo, è troppo rettangolare, troppo piccolo. Ha i confini, i limiti. la musica no. il video non sborda, non prosegue, si ferma nel video, è solo un video. sono solo due dimensioni e io le vedo tutte, e non basta. la musica va oltre, entra dentro, il video è solo lì: una larghezza un'altezza, un perimetro.
Il concerto è bello, lo sono le parti cantate lo sono le parti suonate. Forse pretenzioso proporre pezzi così lunghi da seguire stando seduti, con un video minimale. Forse pretenzioso credersi tanto potenti da nascondersi. La gente esce, rientra, ha tacchi alti e capelli alti e pantaloni a vita alta. Ha simmetria, i milanesi sono simmetrici, nei tagli, nei colori, nelle cortezze (voluto). Loro suonano nonostante il comprensibile viavai.
Poi finisce, il gruppo esce, poi rientra, dona un altro paio di bellissime canzoni. poi riesce.
mi rimetto le scarpe, grata di non essere sola nella metropoli.
giovedì 9 maggio 2013
sogno
cavalco senza mani, cavalco leggiadra, sicura, temeraria, le braccia al cielo, le gambe strette sul corpo saldo e ritmico. lo vedo che ci avviciniamo al precipizio, lo vedo eppure non tocco le briglie.
poi vedo lo zoccolo che pesta nel vuoto. chiudo gli occhi. è chiaro che doveva esser così, mi dico.
quando mi sveglio ho poche ferite, cerotti e persone addosso. di colpo mi chiedo del cavallo.
lo cerco sulla spiaggia che costeggiava il muretto che sorreggeva la strada da cu siam caduti; cerco il cavallo e vorrei sapere se è anche lui vivo o se è morto, voglio vedere se il padrone l'ha finito perché soffriva o se sta bene, soprattutto voglio chiedergli scusa, ché con la mia leggerezza l'ho messo in pericolo, ché senza rendermene conto ho giocato anche con la sua vita.
poi vedo lo zoccolo che pesta nel vuoto. chiudo gli occhi. è chiaro che doveva esser così, mi dico.
quando mi sveglio ho poche ferite, cerotti e persone addosso. di colpo mi chiedo del cavallo.
lo cerco sulla spiaggia che costeggiava il muretto che sorreggeva la strada da cu siam caduti; cerco il cavallo e vorrei sapere se è anche lui vivo o se è morto, voglio vedere se il padrone l'ha finito perché soffriva o se sta bene, soprattutto voglio chiedergli scusa, ché con la mia leggerezza l'ho messo in pericolo, ché senza rendermene conto ho giocato anche con la sua vita.
venerdì 3 maggio 2013
e non si è più soli
certo momenti, come adesso, so per certo che il mio è il lavoro più bello.
fuori dalla finestra scende il sole, il balcone è aperto e l'aria della sera entra, delicata.
dall'altra parte d'europa la traduttrice controlla la mia revisione, mi manda dieci pagine alla volta, io guardo che pensa dei miei interventi, sommo me a lei, le mie parole all sue parole e ne esce qualcosa di bello. ne esce una scelta, una presa di posizione sul mondo, una direzione nitida, la piega che ha da prendere il testo.
e in questo caso il testo è azzardato, audace. è un testo che graffia e scalpella, ma è un testo ben rigoroso nelle sue linee tozze, nel suo definire una storia, un rapporto, uno stare.
e non si è più soli
fuori dalla finestra scende il sole, il balcone è aperto e l'aria della sera entra, delicata.
dall'altra parte d'europa la traduttrice controlla la mia revisione, mi manda dieci pagine alla volta, io guardo che pensa dei miei interventi, sommo me a lei, le mie parole all sue parole e ne esce qualcosa di bello. ne esce una scelta, una presa di posizione sul mondo, una direzione nitida, la piega che ha da prendere il testo.
e in questo caso il testo è azzardato, audace. è un testo che graffia e scalpella, ma è un testo ben rigoroso nelle sue linee tozze, nel suo definire una storia, un rapporto, uno stare.
e non si è più soli
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