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La mamma da cui vivo è minuta e fiera. Porta vestiti di velluto pesante, il capo coperto di stoffa. Ogni risvolto del vestito brilla color argento. Nel villaggio le donne sono più eleganti che in città, hanno abiti preziosi, vivono in case dai tappeti morbidi e dalle lenzuola di seta. La madre da cui vivo è seconda moglie. I figli sono tredici, solo tre ultimi suoi, la prima moglie è morta. La mamma da cui vivo è piccola e tutta d'un pezzo. Cammina senza oscillare, passo dopo passo un po' come scivolano le giapponesi, le spalle e la schiena diritti, lo sguardo fiero. La mamma mi ha presa sotto la sua ala, mi vuole bene e me lo fa capire ogni volta che puö. Con tuttı e' severa, con me e' molto dolce. Ierı con ago e fılo mı ha fatto un buco all'orecchıo. Il fılo e' lılla e dı cotone grosso. Mentre lo faceva soffıava nel padıglıone, l'ago scorreva nella pelle, ıl filo scorreva tra le cartilagini. Come un'iniziazione, un rito.
2 İl migliore amico dell'innamorato della migliore amica è bello. Ha un corpo ben disegnato, un sorriso furbo, un colore arrogante. Ha la barba, i capelli neri, la pelle scura, le braccia muscolose di vita. Ha gli occhi che solo al sole sembran curcuma, le ciglia lunghe. È un combina guai, di quelle persone che a volte senza volerlo sono goffe e rompono le cose, scivolano inaspettatamente, si cacciano in situazioni improbabili, la stessa categoria di persone però che ne ride, che si fa una risata sull'errore. Lo conosco così, insieme combiniamo un guaio, piccolo; insieme ne ridiamo di gusto. Siamo sulla riva del fiume, il fiume va guadato, non si posson togliere le scarpe (il perché è ignoto), le pietre su cui saltare sono di certo troppo scivolose e rade. La migliore amica attraversa a cavallo, l'amico dell'innamorato della migliore amica riesce a saltare e mi guarda, accetto subito con lo sguardo di saltare come lui ha fatto. Mi tolgo la borsa di stoffa blu, ne allaccio i manici e mi preparo a lanciarla. La tiro in alto, con un largo margine sul fiume, lui alza le braccia per prenderla spingendola per sbaglio nel fiume. La borsa cade e il blu si fa nero, la borsa scivola e lui pronto s'abbassa s'allunga si sporge, la ferma la prende. Ridiamo, come due pazzi sulle due rive del fiume ridiamo di gusto.
Circondata dalle rappresentazioni, dalle narrazioni. Provo a interpretare, a leggere il mondo. Cerco brandelli di realtà, poi rinuncio, poi capisco; e senza pretese m'immergo nello scambio.
venerdì 1 giugno 2012
E se dovessı morıre quı? (appuntı dı un gıorno dıffıcıle)
E se dovessi morire qui?
E se dovessi morire qui, schiacciata da un cavallo alla fine di un giorno difficile e di una bellissima passeggiata in montagna? O forse cadendo da un dirupo, o sbattendo la testa su una pietra.
Se dovessi morire qui dovrebbero trasportarmi fino al villaggio e da lì trovare una macchina e portarmi boh, in ospedale? Si riportano in patria i morti? Dove si mettono? Forse mi lascerebbero al villaggio e qualcuno andrebbe per la strada finché il telefono non prende e da lì avviserebbe la famiglia, e la famiglia forse lo direbbe a Diego, Anna dovrebbe avere il numero.
Non è la caduta ad avermi colpito, è quello che ho visto cadendo. Ho visto sopra di me un cavallo e una persona, l'ho quasi sentito perdere l'onda così come l'ho persa io, aggrappandomi a lui e trascinandomelo dietro. E non ho avuto la prontezza di spostarmi, neanche un po'. È stato come un prepararmi al peggio. Due fragili braccia a coprire il viso, gli occhi che spiano nella croce.
E ho pensato: No, non voglio morire in un villaggio del Kurdistan, non voglio morire qui, senza D, senza A, senza famiglia. Non voglio morir così, schiacciata da un cavallo. Non son pronta, niente è pronto a che io muoia. E infatti son qui, a provare a dire quello che ho capito. Ho capito che se uno vuole vivere almeno un po' deve stare attento, e avere rispetto di sé, e non buttarsi nelle mani di chi non ha idea di quali siano i suoı limiti. È stata una giornata lunga e difficile, in molti momenti ho creduto di morire, questo però è stato forte, e quel fianco destro di cavallo lo vedo ancora oscillarmi davanti, con C appesa. Ho avuto paura e se ci penso lo sento nella pancia, proprio lì dove sarebbe atterrato, sento una fitta di spavento, una fitta di come è facile non esserci più.
Sono stanca e tutto il corpo è rivestito di freddo e di dolore, la pelle è bruciata dal sole e la schiena è lì che accoglie la botta della caduta, e il gomito sanguina, e le caviglie fanno male.
Penso che se sopravvivo a cinque giorni così sarò pronta per tante cose. Penso di voler sopravvivere qui con tutte le mie forze. Non so se oggi ho dimostrato la mia forza o la mia debolezza, non lo so nemmeno nei confronti di me stessa.
giovedì 17 maggio 2012
Il Trentino è sfacciatamente rigoglioso in questi giorni.
Il Trentino è sfacciatamente rigoglioso in questi giorni. Ne pedalo il lungofiume, fronde di lussuria intensa, il masso dell'acqua che spinge verso sud. I rami nascosti nel verde succoso, le montagne non più azzurre, la roccia è ormai solo scheletro invisibile. Arrogante il vento freddo sconfigge il caldo sole, smuove i pollini, sfida le foglie ben appese.
Il Trentino è pieno in questi giorni, come chiedesse di essere munto. Pedalo o cammino, la giacca ben chiusa, l'aria però entra lo stesso nella testa.
Mi preparo all'arsura. Riempio di verde gli occhi prima di partire, respiro a fondo l'ultimo freddo di stagione. Lo zaino è ancora perduto nella stanza, i vestiti puliti e sporchi insieme chissà dove. La partenza sembra lontana, la partenza sembra a ridosso. Mi preparo alla sospensione, al Tigri che scorre glauco, ai papaveri sulle montagne di confine, a una lotta ancora sconosciuta, persino a qualche nostalgia.
giovedì 10 maggio 2012
Lista
- Parto, a breve, per Hakkari e dintorni. Forse dormo sui letti
giganti che stanno sui tetti.
- Ieri sera dormivo sul divanetto della sala di registrazione, la testa appoggiata sul cuscino rosso. Sognavo mia sorella. Prima di dormire camminavo nella città, non sentivo nessun freddo. Prima di camminare pensavo alla disperazione. Come si fa, mi chiedevo, a cantare con la disperazione nella voce senza sentirla dentro per davvero. Perché qualcuno può? è solo un timbro di voce? è tanta la disperazione che trapassa in tutto, anche in quello che non nasce dentro? è finzione?
- Oggi i treni hanno avuto un forte ritardo, e tutta la giornata è stata una corsa sotto il sole. Un arrivare sempre un minuto dopo. E adesso che sono così stanca gli occhi non si chiudono più.
- Il desiderio qualche giorno fa è riaffiorato potente. Così, di colpo. Un pacchetto sul tavolo della pizzeria. Lo guardavo, volevo proprio proprio farmi una sigaretta, e fumarla. E allo stesso tempo non volevo cedere, non volevo riprendere a fumare. E alla fine l'ho fatta, l'ho accesa e ne ho fumati tre tiri.
- Ho tagliato il prato, un giorno recente. Non l'ho tagliato tutto, perché non c'era tempo, ne ho tagliata solo la metà sotto il sole, quella più alta e umida. E le scarpette erano verdi, e l'odore era forte, e la sacca si riempiva ogni due metri. Ma la cosa bella, la più bella per davvero, era l'ordine. Procedere ad angoli retti e lunghezze diverse, rispettare l'ortogonale ma creare incastri. E l'erba tagliata faceva da contorno a cento aree speciali. File più alte e file più basse, e voler riempire di chiaro ogni rettangolo, solo seguendo l'ordine gerarchico della testa.
- E poi là, dove tutto sembrava storto, ma eravamo sempre noi. Dove il dentro usciva violento. Dove il freddo e l'umido non davano tregua, dove le stanze si rimpicciolivano o si riempivano, e per noi, per noi, per noi, sembrava non esserci abbastanza tempo, abbastanza spazio. Là dove la fronte sembrava uno straccio sgualcito, dove piccoli momenti di tregua sembravano attimi di paradiso, dove un raggio si sole nel giallo faceva subito intimità, dove l'uomo nero era sempre in agguato.
- E infine i libri. I libri potenti abbastanza da confondere le carte in tavola e le immagini nella testa. Libri così visionari e duri e trasversali da cullare nell'incubo, da portar via. Le parole abituali non hanno valore a certi livelli profondi dell’anima. Cerco di definire esattamente le mie crisi e non trovo che immagini.
- Ieri sera dormivo sul divanetto della sala di registrazione, la testa appoggiata sul cuscino rosso. Sognavo mia sorella. Prima di dormire camminavo nella città, non sentivo nessun freddo. Prima di camminare pensavo alla disperazione. Come si fa, mi chiedevo, a cantare con la disperazione nella voce senza sentirla dentro per davvero. Perché qualcuno può? è solo un timbro di voce? è tanta la disperazione che trapassa in tutto, anche in quello che non nasce dentro? è finzione?
- Oggi i treni hanno avuto un forte ritardo, e tutta la giornata è stata una corsa sotto il sole. Un arrivare sempre un minuto dopo. E adesso che sono così stanca gli occhi non si chiudono più.
- Il desiderio qualche giorno fa è riaffiorato potente. Così, di colpo. Un pacchetto sul tavolo della pizzeria. Lo guardavo, volevo proprio proprio farmi una sigaretta, e fumarla. E allo stesso tempo non volevo cedere, non volevo riprendere a fumare. E alla fine l'ho fatta, l'ho accesa e ne ho fumati tre tiri.
- Ho tagliato il prato, un giorno recente. Non l'ho tagliato tutto, perché non c'era tempo, ne ho tagliata solo la metà sotto il sole, quella più alta e umida. E le scarpette erano verdi, e l'odore era forte, e la sacca si riempiva ogni due metri. Ma la cosa bella, la più bella per davvero, era l'ordine. Procedere ad angoli retti e lunghezze diverse, rispettare l'ortogonale ma creare incastri. E l'erba tagliata faceva da contorno a cento aree speciali. File più alte e file più basse, e voler riempire di chiaro ogni rettangolo, solo seguendo l'ordine gerarchico della testa.
- E poi là, dove tutto sembrava storto, ma eravamo sempre noi. Dove il dentro usciva violento. Dove il freddo e l'umido non davano tregua, dove le stanze si rimpicciolivano o si riempivano, e per noi, per noi, per noi, sembrava non esserci abbastanza tempo, abbastanza spazio. Là dove la fronte sembrava uno straccio sgualcito, dove piccoli momenti di tregua sembravano attimi di paradiso, dove un raggio si sole nel giallo faceva subito intimità, dove l'uomo nero era sempre in agguato.
- E infine i libri. I libri potenti abbastanza da confondere le carte in tavola e le immagini nella testa. Libri così visionari e duri e trasversali da cullare nell'incubo, da portar via. Le parole abituali non hanno valore a certi livelli profondi dell’anima. Cerco di definire esattamente le mie crisi e non trovo che immagini.
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