Si alza e si siede al mio fianco, quasi
sulla mia borsa se non mi sbrigo a spostarla. Cosa vuole, mi chiedo
nella testa, il treno è quasi vuoto, io sto leggendo, mi parla, mi
si siede a fianco, non ha il biglietto, e tra le mani rovinate
qualche sacchetto di plastica. Da qui almeno vedo se arriva, risponde
un attimo dopo quasi capendo il mio silenzio. Provo a rilanciarmi nel
libro, scritto da un giovane cinese nostro coetaneo, che ha nome e
cognome uguali. Ne ho lette un centinaio di pagine, sono a un quarto,
e ancora non so se mi piace o non mi piace, sembra descrivere le
contraddizioni di una cultura che richiede ambizione e dedizione ma
non lascia spazio affinché tali qualità giungano a tempo debito, le
pretende; ma ci sono così tanti riferimenti a opere di cinese
classico o a giochi di parole complessi che lo trovo difficile,
soprattutto oggi che il treno mi porta nella triste periferia
milanese, oggi che ogni tre per due mi chiedo che c...o sto facendo,
se la direzione di questi anni è quella giusta, bla bla. Così metto
il biglietto a segnalibro, mi appoggio quasi al vetro con la testa,
guardo Tatjana e le chiedo di dov'è. Romania mi risponde, Romania
dove chiedo un po' insolente, ma mi sembra che voglia parlare.
Craiova, conosci? Conosci la Romania?
Solo dai libri, rispondo, solo
da certi autori, solo infanzie libere e piene di nonni, e meloni nei
campi, e se non oggi domani, e fughe di famiglie, e credenze
popolari.
Mi guarda strano. - Vivo nel campo, tu di dove sei?
Trento,
c'è un campo a Pioltello?
Sì, vicino, adesso scendo e poi al
secondo binario c'è un altro treno, una fermata e subito son al
campo.
E com'è il campo, fatto di tende o con roulotte?
Ci sono
tende e roulotte e case in lamiera. Adesso inizia a non essere più
freddo, ma qualche settimana fa... e le braccia s'abbracciano e il
collo sparisce col gesto, poi torna su. Le unghie sono corte e un po'
sporche, la pelle è scura ma non troppo, ha una maglia rosa, dei
jeans, scarpe da ginnastica, capelli raccolti e un po' ribelli, occhi
cioccolato, lineamenti piacevoli. Ci guardiamo riflesse nel
finestrino, proviamo a capire quanto manca a Pioltello, la stazione
più triste del mondo. Siamo stanche. Siamo stanche e siamo donne e
abbiamo una trentina d'anni e sediamo vicine nello stesso treno e ho
come la sensazione che non abbiamo niente da perdere.
Sei sposata? Mi
chiede.
No no rispondo quasi spaventata, e tu quando ti sei sposata?
Avevo sedici anni, ma perché tu no, sei bella, non vuoi?
No, forse
non voglio, mi va bene così, però sono innamorata.
E lavori?
Sì,
lavoro e studio un po'. Tu?
Io passo sul treno e lascio i biglietti e
faccio l'elemosina, un giorno io un giorno mio marito. È faticoso, e
poi non spendo i soldi per il biglietto e ho paura che ci sia il
controllore. Oggi è tardi, di solito ritorno un po' prima, così
chiamo mio fratello dal telefono degli africani.
Ah, intendi dalle
stanze di computer e telefoni;
Sì, ma chiude alle nove e mezza e mi
sa che non riesco. Posso chiamare dal tuo telefono?
In Romania?
Sì,
ma faccio presto.
È proprio urgente?
No, non è urgente.
Se non è
urgente allora preferisco di no, ho dentro solo qualche euro. Quanti
anni hai? le chiedo. Trentuno, tu? Trenta. Ci sorridiamo.
Hai
bambini?
Ho tre bambini, due maschi di otto e cinque anni e una
bambina di tre. Tu hai bambini? Rispondo di no, mi guarda quasi
triste. Ma i tuoi bambini adesso dove sono? Al campo, con mio marito,
lavoriamo un giorno io un giorno lui.
E riesci a guadagnare qualcosa?
Mah, soldi mica tanti, ma a volte qualche oggetto o un po'
d'elemosina, oggi una signora mi ha dato questa. E dicendolo apre una
delle de borse e spunta una maglietta viola imperlinata di dubbio
gusto. Un po' sorrido un po' cerco di capire se la maglietta le piace
o no, e lei anche sorride e prova a capire la stessa cosa. E di colpo
siamo io e Tatjana. Due coetanee che si trovano a parlare delle cose
di ogni giorno, che nonostante le vite diverse del tutto tuttissimo
diverse... non so, non la so finire sta frase, ma è qualcosa di
forte, di strabiliante.
E i capelli, li tieni sempre corti? Mi chiede
vedendomi sistemare la molletta. No, fino a qualche anno fa erano
molto lunghi, poi avevo voglia di cambiare. E tu?
Io li tengo lunghi,
ma qui li ho sempre legati, ché in treno e in campo si sporcano, ma
in Romania li tengo sciolti. Torniamo la settimana prossima lì, per
Pasqua.
Ti manca?
Mah, magari certe cose, ma lì non c'è lavoro non
c'è niente.
Beh ma neanche chiedere i soldi in treno è proprio un
lavoro, non riuscite né tu né tuo marito a trovare niente in giro?
No, ha guardato, ho cercato ma niente, almeno qualcosa alla fine qui
c'è.
Ma i bambini vanno a scuola? In Romania sì, qui no, ma
torniamo spesso in Romania.
E come tornate? In macchina, c'è un
autista che paghiamo e torniamo sempre in macchina. E vorrei chiedere
di più, sulle tariffe, sulle cose. Invece chiedo se secondo lei i
pargoli saranno già a dormire quando arriverà. Lo sguardo si fa
stanco, spero di sì risponde, sono un po' preoccupata perché Marja
ieri non stava bene, per quello oggi è rimasto mio marito, così se
qualcosa non va la porta dalla zia. Lascio cadere il discorso, chi
sia la zia e perché lei non la possa portare dalla zia sono cose
personali, immagino faccia parte delle dinamiche famigliari. Anche io
ne ho di strampalate di dinamiche, e poi il treno sta ripartendo, la
penultima fermata è passata, T. riprede a respirare, sorride, adesso
anche se lo vediamo e mi butta giù sono arrivata, le sorrido
anch'io, e mi chiedo se magari le possa dare un passaggio in macchina
al campo, cosa possa regalarle di mio, a vestiti mi sa che vado
peggio della maglietta perlinata. Ci spostiamo verso l'inizio del
treno, siamo nei vagoni finali. Mi chiede se abbia la valigia
pesante, dico no, parto precedendola, apro porte attraverso corridoi,
lei dietro fa pressione per fare più veloci, al mio non riuscire ad
aprire fa leva con forza, prende la mia valigia e dice: sì che è
pesante, e me la toglie di mano e va avanti rapida, e apre porte e
chiude porte, e a un certo punto le dico che forse siamo abbastanza
avanti, e ci fermiamo. A Pioltello dove vai? Mi chiede, dormi lì? No
no, è una fermata presso cui il mio compagno può venire a
prendermi, per quello scendo lì, poi andiamo a casa. E a dire casa
penso che va al campo. E m'immagino un fuoco e gente attorno a darle
in benvenuto, non voglio pensare che stia andando al freddo mezzo
all'aperto, la bambina malata. Apro la valigia e prendo una crema da
viso e le do la crema profumata per la piccola Marja e l'annusa e
dice mmmm. E mi ringrazia, e quasi siamo a Pioltello. E parliamo di
pelle, della pelle chiara e del vento e dell'inquinamento e della
pelle un po' più scura segnata dal sole. Ma Marja ha la pelle chiara
e la crema andrà bene. E me la immagino Marja che la mette con le
dita sporchine, sta crema profumata. E intanto la voce metallica
avvisa che ci siamo, e ci avviamo alle porte e scendiamo, e parallele
ci avviamo alle scalette del binario e vedo il mio compagno che
aspetta e lo raggiungo e quando quasi ci siamo le dico Tatjana, è
stato bello questo pezzo di viaggio, papa,
noapte
bună, che son parole che m'aveva insegnato prima, e sorride e mi
dice, è lui? E io sì, e li presento, e poi ci salutiamo, e dico al
mio compagno che quella è Tatjana, e lui mi chiede se ci siamo
incontrate per caso e rispondo che sì, ci siam conosciute per caso e
che vive nel campo. E saliamo in macchina e la sera è già notte e
sono stanchissima ed emozionata, e ho così tanta voglia di un fuoco
all'aperto, come quel giorno prima di salire al monte, quel fuoco
imbastito all'ultimo con più benzina che legna, ai piedi del Nemrut.
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Al campo qualche giorno fa c'è stato un importante incendio;
mi rincuora sapere che in questa Pasqua Tatjan e famiglia sono in Romania.