giovedì 10 maggio 2012

Lista

- Parto, a breve, per Hakkari e dintorni. Forse dormo sui letti giganti che stanno sui tetti.
- Ieri sera dormivo sul divanetto della sala di registrazione, la testa appoggiata sul cuscino rosso. Sognavo mia sorella. Prima di dormire camminavo nella città, non sentivo nessun freddo. Prima di camminare pensavo alla disperazione. Come si fa, mi chiedevo, a cantare con la disperazione nella voce senza sentirla dentro per davvero. Perché qualcuno può? è solo un timbro di voce? è tanta la disperazione che trapassa in tutto, anche in quello che non nasce dentro? è finzione?
- Oggi i treni hanno avuto un forte ritardo, e tutta la giornata è stata una corsa sotto il sole. Un arrivare sempre un minuto dopo. E adesso che sono così stanca gli occhi non si chiudono più.
- Il desiderio qualche giorno fa è riaffiorato potente. Così, di colpo. Un pacchetto sul tavolo della pizzeria. Lo guardavo, volevo proprio proprio farmi una sigaretta, e fumarla. E allo stesso tempo non volevo cedere, non volevo riprendere a fumare. E alla fine l'ho fatta, l'ho accesa e ne ho fumati tre tiri.
- Ho tagliato il prato, un giorno recente. Non l'ho tagliato tutto, perché non c'era tempo, ne ho tagliata solo la metà sotto il sole, quella più alta e umida. E le scarpette erano verdi, e l'odore era forte, e la sacca si riempiva ogni due metri. Ma la cosa bella, la più bella per davvero, era l'ordine. Procedere ad angoli retti e lunghezze diverse, rispettare l'ortogonale ma creare incastri. E l'erba tagliata faceva da contorno a cento aree speciali. File più alte e file più basse, e voler riempire di chiaro ogni rettangolo, solo seguendo l'ordine gerarchico della testa.
- E poi là, dove tutto sembrava storto, ma eravamo sempre noi. Dove il dentro usciva violento. Dove il freddo e l'umido non davano tregua, dove le stanze si rimpicciolivano o si riempivano, e per noi, per noi, per noi, sembrava non esserci abbastanza tempo, abbastanza spazio. Là dove la fronte sembrava uno straccio sgualcito, dove piccoli momenti di tregua sembravano attimi di paradiso, dove un raggio si sole nel giallo faceva subito intimità, dove l'uomo nero era sempre in agguato.
- E infine i libri. I libri potenti abbastanza da confondere le carte in tavola e le immagini nella testa. Libri così visionari e duri e trasversali da cullare nell'incubo, da portar via. Le parole abituali non hanno valore a certi livelli profondi dell’anima. Cerco di definire esattamente le mie crisi e non trovo che immagini.

giovedì 12 aprile 2012


Lui parlava e parlava e lei lo ascoltava. Seduti vicini difronte a me. Adulti, sulla soglia tra l'essere adulti e l'essere vecchi. Lui parlava di libri e lei gli carezzava il braccio destro con entrambe le mani. Lui raccontava una trama e lei gli passava la destra sulla gamba accavallata. Lei bella, capelli castani, occhi di miele, carnagione scura, unghie lucide e cortine, una borsa a bauletto. Lui capelli bianchi e voce sottovoce, vestito con pantaloni a costine verdi. Amanti, entrambi più me, di Marai. Poi frugo nella borsa e cerco un fazzoletto, e nello stesso istante anche lei, mi da la precedenza per soffiarmi il naso, come se non lo si potesse fare in contemporanea. Poi a mezza voce sorridendo: Si è proprio tutti raffreddati. -È così, dico, ché stavolta voglio parlare che Marai mi piace, che domani c'è la festa e i treno ci porta nella stessa direzione, che magari conoscete i nostri libri...

lunedì 9 aprile 2012

Tatjana, appunti sull'altrove vicino


Tatjana ha la mia età, forse un anno in più, una giovane di una trentina d'anni. È aperta e solare, parla male l'italiano. Ci incontriamo in treno, in uno di quei giorni in cui l'altrove fa irruzione in casa, nel quotidiano e soffia su braci perenni. Tatjana si siede sul gruppo di sedili della sinistra, io siedo sul gruppo a destra. È buio fuori, T. mi guarda, chiede l'ora, saranno le nove poco prima forse. Si guarda intorno, torno al mio libro.
Non ho il biglietto, esclama ad alta voce.
La guardo, testa tra le spalle: Il controllore è già passato, magari non succede niente.
Dove scendi? Chiede con voce squillante.
Pioltello rispondo, e lei: anch'io.
Si alza e si siede al mio fianco, quasi sulla mia borsa se non mi sbrigo a spostarla. Cosa vuole, mi chiedo nella testa, il treno è quasi vuoto, io sto leggendo, mi parla, mi si siede a fianco, non ha il biglietto, e tra le mani rovinate qualche sacchetto di plastica. Da qui almeno vedo se arriva, risponde un attimo dopo quasi capendo il mio silenzio. Provo a rilanciarmi nel libro, scritto da un giovane cinese nostro coetaneo, che ha nome e cognome uguali. Ne ho lette un centinaio di pagine, sono a un quarto, e ancora non so se mi piace o non mi piace, sembra descrivere le contraddizioni di una cultura che richiede ambizione e dedizione ma non lascia spazio affinché tali qualità giungano a tempo debito, le pretende; ma ci sono così tanti riferimenti a opere di cinese classico o a giochi di parole complessi che lo trovo difficile, soprattutto oggi che il treno mi porta nella triste periferia milanese, oggi che ogni tre per due mi chiedo che c...o sto facendo, se la direzione di questi anni è quella giusta, bla bla. Così metto il biglietto a segnalibro, mi appoggio quasi al vetro con la testa, guardo Tatjana e le chiedo di dov'è. Romania mi risponde, Romania dove chiedo un po' insolente, ma mi sembra che voglia parlare.
Craiova, conosci? Conosci la Romania?
Solo dai libri, rispondo, solo da certi autori, solo infanzie libere e piene di nonni, e meloni nei campi, e se non oggi domani, e fughe di famiglie, e credenze popolari.
Mi guarda strano. - Vivo nel campo, tu di dove sei?
Trento, c'è un campo a Pioltello?
Sì, vicino, adesso scendo e poi al secondo binario c'è un altro treno, una fermata e subito son al campo.
E com'è il campo, fatto di tende o con roulotte?
Ci sono tende e roulotte e case in lamiera. Adesso inizia a non essere più freddo, ma qualche settimana fa... e le braccia s'abbracciano e il collo sparisce col gesto, poi torna su. Le unghie sono corte e un po' sporche, la pelle è scura ma non troppo, ha una maglia rosa, dei jeans, scarpe da ginnastica, capelli raccolti e un po' ribelli, occhi cioccolato, lineamenti piacevoli. Ci guardiamo riflesse nel finestrino, proviamo a capire quanto manca a Pioltello, la stazione più triste del mondo. Siamo stanche. Siamo stanche e siamo donne e abbiamo una trentina d'anni e sediamo vicine nello stesso treno e ho come la sensazione che non abbiamo niente da perdere.
Sei sposata? Mi chiede.
No no rispondo quasi spaventata, e tu quando ti sei sposata?
Avevo sedici anni, ma perché tu no, sei bella, non vuoi?
No, forse non voglio, mi va bene così, però sono innamorata.
E lavori?
Sì, lavoro e studio un po'. Tu?
Io passo sul treno e lascio i biglietti e faccio l'elemosina, un giorno io un giorno mio marito. È faticoso, e poi non spendo i soldi per il biglietto e ho paura che ci sia il controllore. Oggi è tardi, di solito ritorno un po' prima, così chiamo mio fratello dal telefono degli africani.
Ah, intendi dalle stanze di computer e telefoni;
Sì, ma chiude alle nove e mezza e mi sa che non riesco. Posso chiamare dal tuo telefono?
In Romania?
Sì, ma faccio presto.
È proprio urgente?
No, non è urgente.
Se non è urgente allora preferisco di no, ho dentro solo qualche euro. Quanti anni hai? le chiedo. Trentuno, tu? Trenta. Ci sorridiamo.
Hai bambini?
Ho tre bambini, due maschi di otto e cinque anni e una bambina di tre. Tu hai bambini? Rispondo di no, mi guarda quasi triste. Ma i tuoi bambini adesso dove sono? Al campo, con mio marito, lavoriamo un giorno io un giorno lui.
E riesci a guadagnare qualcosa?
Mah, soldi mica tanti, ma a volte qualche oggetto o un po' d'elemosina, oggi una signora mi ha dato questa. E dicendolo apre una delle de borse e spunta una maglietta viola imperlinata di dubbio gusto. Un po' sorrido un po' cerco di capire se la maglietta le piace o no, e lei anche sorride e prova a capire la stessa cosa. E di colpo siamo io e Tatjana. Due coetanee che si trovano a parlare delle cose di ogni giorno, che nonostante le vite diverse del tutto tuttissimo diverse... non so, non la so finire sta frase, ma è qualcosa di forte, di strabiliante.
E i capelli, li tieni sempre corti? Mi chiede vedendomi sistemare la molletta. No, fino a qualche anno fa erano molto lunghi, poi avevo voglia di cambiare. E tu?
Io li tengo lunghi, ma qui li ho sempre legati, ché in treno e in campo si sporcano, ma in Romania li tengo sciolti. Torniamo la settimana prossima lì, per Pasqua.
Ti manca?
Mah, magari certe cose, ma lì non c'è lavoro non c'è niente.
Beh ma neanche chiedere i soldi in treno è proprio un lavoro, non riuscite né tu né tuo marito a trovare niente in giro?
No, ha guardato, ho cercato ma niente, almeno qualcosa alla fine qui c'è.
Ma i bambini vanno a scuola? In Romania sì, qui no, ma torniamo spesso in Romania.
E come tornate? In macchina, c'è un autista che paghiamo e torniamo sempre in macchina. E vorrei chiedere di più, sulle tariffe, sulle cose. Invece chiedo se secondo lei i pargoli saranno già a dormire quando arriverà. Lo sguardo si fa stanco, spero di sì risponde, sono un po' preoccupata perché Marja ieri non stava bene, per quello oggi è rimasto mio marito, così se qualcosa non va la porta dalla zia. Lascio cadere il discorso, chi sia la zia e perché lei non la possa portare dalla zia sono cose personali, immagino faccia parte delle dinamiche famigliari. Anche io ne ho di strampalate di dinamiche, e poi il treno sta ripartendo, la penultima fermata è passata, T. riprede a respirare, sorride, adesso anche se lo vediamo e mi butta giù sono arrivata, le sorrido anch'io, e mi chiedo se magari le possa dare un passaggio in macchina al campo, cosa possa regalarle di mio, a vestiti mi sa che vado peggio della maglietta perlinata. Ci spostiamo verso l'inizio del treno, siamo nei vagoni finali. Mi chiede se abbia la valigia pesante, dico no, parto precedendola, apro porte attraverso corridoi, lei dietro fa pressione per fare più veloci, al mio non riuscire ad aprire fa leva con forza, prende la mia valigia e dice: sì che è pesante, e me la toglie di mano e va avanti rapida, e apre porte e chiude porte, e a un certo punto le dico che forse siamo abbastanza avanti, e ci fermiamo. A Pioltello dove vai? Mi chiede, dormi lì? No no, è una fermata presso cui il mio compagno può venire a prendermi, per quello scendo lì, poi andiamo a casa. E a dire casa penso che va al campo. E m'immagino un fuoco e gente attorno a darle in benvenuto, non voglio pensare che stia andando al freddo mezzo all'aperto, la bambina malata. Apro la valigia e prendo una crema da viso e le do la crema profumata per la piccola Marja e l'annusa e dice mmmm. E mi ringrazia, e quasi siamo a Pioltello. E parliamo di pelle, della pelle chiara e del vento e dell'inquinamento e della pelle un po' più scura segnata dal sole. Ma Marja ha la pelle chiara e la crema andrà bene. E me la immagino Marja che la mette con le dita sporchine, sta crema profumata. E intanto la voce metallica avvisa che ci siamo, e ci avviamo alle porte e scendiamo, e parallele ci avviamo alle scalette del binario e vedo il mio compagno che aspetta e lo raggiungo e quando quasi ci siamo le dico Tatjana, è stato bello questo pezzo di viaggio, papa, noapte bună, che son parole che m'aveva insegnato prima, e sorride e mi dice, è lui? E io sì, e li presento, e poi ci salutiamo, e dico al mio compagno che quella è Tatjana, e lui mi chiede se ci siamo incontrate per caso e rispondo che sì, ci siam conosciute per caso e che vive nel campo. E saliamo in macchina e la sera è già notte e sono stanchissima ed emozionata, e ho così tanta voglia di un fuoco all'aperto, come quel giorno prima di salire al monte, quel fuoco imbastito all'ultimo con più benzina che legna, ai piedi del Nemrut.

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Al campo qualche giorno fa c'è stato un importante incendio;
mi rincuora sapere che in questa Pasqua Tatjan e famiglia sono in Romania.

venerdì 30 marzo 2012

in treno fine marzo, appunti di un viaggio nello spazio tempo

È alto. Ha la carnagione scura, ha la barba non troppo lunga, ben pettinata. Porta una veste gessata che arriva fino alle ginocchia e ne sottolinea le linee asciutte, sotto pantaloni fino ai piedi completano l'abito. Ha un copricapo a cilindro, orientale. Ha le mani molto grandi, è disperato. Siede di fronte a me, scuote la testa e con la destra si tocca continuamente la fronte, il punto medio tra le sopracciglia. A Peschiera con un italiano stentato mi chiede se siamo a Desenzano. Passa il controllore, guarda il mio biglietto, si rivolge all'uomo e gli dice: “ancora qui?” con rammarico e fastidio insieme. L'uomo seduto s'aggrappa in tutta la sua altezza alle parole, vi si aggrappa con gli occhi, con le mani e con le unghie, e prova ad alzarsi oltre il pensiero, a dire un problema, a comunicare un'urgenza una necessità vitale... con quelle cento mille parole d'italiano che conosce, troppo poche. Non riesce, s'interrompe scoraggiato. E vorrei leggergli il pensiero e suggerirgli come dirlo. Il controllore allora parte in quarta: “non ho trovato la tua valigia, questo treno l'ho portato io da Milano alle 16 e venti, è persino partito in ritardo...” e l'uomo “...in ritardo” e mette sta parola nel sacco delle centoun parole. Continua il controllore “una volta arrivati a Verona ho controllato le ultime tre carrozze e ho chiesto ai pulitori di controllare pulendo il resto del treno, e non han trovato niente. E oggi anche un ragazzo ha dimenticato il giubbino, - e il nostro uomo aggiunge giubbino -  e un altro la borsa dello sport, ma insomma anche voi dovete tenervi le vostre cose, e comunque cosa centrano le ferrovie, basta che passi uno e si prenda quello che trova...” e l'uomo aggrotta le sopracciglia, e la mano sulla fronte e lo sguardo affranto, ma forse anche un po' di paura negli occhi, di averla fatta grossa, di non sapere più che fare. E il controllore parla con la signora sui sedili a sinistra, che intanto chiede cos'è successo, e che quando il controllore continua nel controllo guarda l'uomo con dolcezza, e gli dice: “deve rivolgersi alla polizia ferroviaria” e l'omone esausto la guarda e guarda a a terra e ripete “polizia”. E penso che di certo non ha capito cosa la signora intendesse dirgli, e che s trattava di un buon consiglio. E vorrei dirglielo io, spiegargli, ma mi sembra così stanco che se aggiungo una parola crolla, che quel sacco per oggi è pieno. Si alza, si siede, si alza, si siede, tocca quasi con la testa sui poggia valigia. Rallenta il treno, guardo l'uomo e gli dico: “siamo a Desenzano”, “grazie” mi risponde stanco, e la sua zeta somiglia a una esse, e spero che non ci fosse niente di tanto importante in quelle valigie.

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