domenica 11 marzo 2012

Domenica sera in periferia


Tutta la colonna C è accesa, di certo corrisponde alle cucine. Una cucina sotto l'altra, impilate come tazzine. La scuola di fronte è spenta da due giorni. Il lampione davanti ha la luce arancio, quello un po' dietro ha una luce rosa. La colonna A con balcone è intermittentecome le insegne dei film e le lucette comprate ai cinesi. Solamente quelli del quinto piano fanno festa. Gli altri, e io, e il covo di formiche dalle belle speranze, aspetta.
La domenica sera, in periferia, si aspetta il lunedì pur non volendolo. Si aspetta di andare al lavoro per non rimanere col proprio miserabile tempo. Per non continuare ad aspettare. Due persone sulla strada camminano veloci, anche stanotte ghiaccerà. Il cane al piano di sotto abbaia al loro passaggio. Lo fa ogni volta.
Nella periferia vive la gente della città che non vive in città, in uno dei cento grandi palazzi, su uno dei quindici piani, in uno dei sedici appartamenti per piano. Chi vive nella periferia non sa come si chiama il cane della signora del piano di sotto. Non sa chi siano i bambini che parcheggiano sempre le bici sul cancelletto che dà sui bidoni. Non sa che Piotr del VI-A domani ha un esame, e che la lucetta arancio che esce dalla finestra è l'abatjour che gli ha regalato Ania. Non sa che nel grande palazzo c'è un'italiana qui a casaccio alcune settimane per studiare. Non sa che la signora che fruga nei bidoni vive al terzo piano del IX-C, che soffre di artrite, che suo marito è cieco, che i figli forse sono via, forse sono via. 
Chi vive nella periferia sa che la domenica sera è straziante. Sa che c'è una luce di un nero mai totale, del nero sbiadito di certe vecchie maglie, lavate troppo, lavate nel modo sbagliato. Lavate nel modo sbagliato.
Chi vive in periferia forse, la domenica sera, si stordisce di televisione alcol noia lavori inutili. Chi una fredda domenica sera si trova a casa da solo sbrina il freezer pur di non lasciarsi svenire, pur di non dover ammettere che allora è proprio tutto qui. Proprio tutto qui. Tutto un riempire il tempo. Il lavoro o lo studio per passare le giornate, le persone per non restare soli, cucinare dipingere lavare la macchina aspirare casa passeggiare leggere comprare scegliere i vestiti e limarsi le unghie e. Tutta una grande costruzione per riempire un tempo fatto per essere riempito.
E la domenica sera il meccanismo s'inceppa, la domenica sera è vuota, non fatta per essere riempita. E la periferia s'addormenta una stanza alla volta, e invoca il sonno, e invoca il lunedì.

martedì 6 marzo 2012

Zgubiona

http://www.drozdz.art.pl/
Mi sono seduta sulla M. Faceva freddo e il nero su bianco confondeva gli occhi come in certi giorni che non si può correggere, che le lettere si mischiano, che le parole sono una linea. Essere dentro la pagina, essere dentro la parola. Simboli. Simboli diversi da lingua a lingua. Interi sistemi costruiti nero su bianco. Interi sistemi di simboli bidimensionali artificiali codificati potentissimi.
Mi sono seduta sulla M, e giuro che poteva essere una R. E tutt'attorno capovolte o diritte, equidistanti, sopra sotto davanti dietro e su entrambi i lati. E ci sarà una parola di senso? Magari in diagonale, magari da destra a sinistra, magari da un alto che è il sopra a un basso che è il sotto. Un sole, una via di fuga, un ciao. Non riconosco nulla. Estranea a casa, dentro l'altrove, perduta. Gioiosamente abbagliata. Appoggio una mano sulla ę l'altra sulla z, un piede sulla n. Ecco, posso fare parole col corpo. Non si tratta più di geometria, è una danza.
Metto il corpo. Tolgo il limite della contemporaneità.
Adesso posso fare tutto.

domenica 4 marzo 2012

Secondo giorno qui

Mi alzo presto. Vado a letto presto. Ieri ho letto una rivista, senza dizionario. Fra freddo, ma non freddissimo, è che ho abbandonato una primavera che prendeva la rincorsa. Ma qui è inverno ancora.
Ieri passeggiavo per Kazimierz, a volte sogno di avere un piccolo appartamento in alto, in un palazzo qualsiasi di questa zona, un appartamento senza mobili, fors eun tavolo, e tappeti per terra, e la vasca da bagno in centro casa, magari protetta solo da un paravento. Ho scritto in questi giorni, cose che posticipavo da tempo, impegni già presi e realizzati in ritardo. E poi ho pensato e camminato. A volte in tram cerco nei visi le linee diverse. Vorrei capire cosa fa di una persona uno straniero. La lingua, i colori, i gesti, i vestiti. Cerco di togliermi gli occhiali di chi conosce questo posto e provare a immaginare cosa penserei se non filtrassi. La stessa operazione che a dir la verità molto spesso faccio nel villaggio. Guardo i rapporti tra i bambini e gli adulti, e divento insofferente. Gli adulti così fortemente proiettano azioni, desideri, ordini, sui bambini, da far accapponare la pelle, da credere che un gruppo di bambini lasciato solo, se potesse, a volte vivrebbe meglio. E poi continuo a pensare a come sia pura follia l'assoluto abbandno, la naturale fiducia, che un bambino ripone nel mondo che gli adulti creano per lui. E mi rendo conto, un'altra volta ancora, che giusto e sbagliato proprio non sono connaturati, non sono degli universali, non sono, semplicemente non sono giusto e sbagliato, ma costruzioni e riflessioni sulle costruzioni e credenze sociali e religiose e raffronto con la propria esperienza personale; un miscuglio insomma, un orribile miscuglio di mediocrità.

Ma adesso mi metto in pausa e vado al museo dell'arte e della tecnica giapponese Manggha chè c'è una mostra sul vento del monte Fuji.

domenica 19 febbraio 2012

La cerimonia della sparizione (appunti sull'adulterio)

La cerimonia della sparizione inizia con un profondo respiro.
Di solito è mattino.
A volte è dolorosa.
Lo sguardo interroga lo spazio e cerca segni da cancellare.
 Li trova e li cancella o li confonde.
La sparizione è reatroattiva: sparisce la persona, spariscono le tracce.
Lo sguardo interroga e la mano raccoglie.
Tutto viene messo in valigia: i vestiti puliti e quelli appena usati, la biancheria sporca, il deodorante, il libro appena sfogliato, il caricabatterie.
Raccolti i fazzoletti caduti a lato del letto. Riposte le candele accese nella sera. Lavate le tazze del caffè. Buttate le bottiglie aperte. Il pavimento viene pulito, le sedie tornano composte, gli asciugamani messi a lavare, i preservativi nascosti, rassettati i cuscini del divano non usato.
La sparizione avviene in silenzio, spesso è veloce.
Più è veloce meno è dolorosa.
Oggi è stata metodica e veloce. Ma oggi è stata dolorosa.
Ogni cosa al suo posto, meglio ogni cosa come era. L'importante è che io non sia.
Come se non fossi. Errore cancellato. Pericolo di verità scampato.
Eppure nell'assenza era, il tuo profumo.

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