Andando a scuola
2.
Oggi un uomo guardava dalla finestra di un palazzone rosso, sotto di lui una signora con un bambino in mano entrava nel panificio, nell’autobus sentivo parlare di tasse sulla casa da una coppia di giovani sposi, e al mio fianco, la signoruzza che mi ospita scivolava tra le mie braccia all’ennesima brusca frenata, proprio mentre quel disattento d’un giovane ritardatario attraversava la grande strada maestra nonostante il rosso pedonale ben in vista.
Circondata dalle rappresentazioni, dalle narrazioni. Provo a interpretare, a leggere il mondo. Cerco brandelli di realtà, poi rinuncio, poi capisco; e senza pretese m'immergo nello scambio.
lunedì 3 maggio 2010
domenica 2 maggio 2010
Kein Flug
Nessun annullamento della distanza spaziale, stavolta. Dodici ore in treno.
1
In treno, la giornata scorre dal finestrino, nel suo grigio, nel suo verde, nella sua pioggia a starnuto_.
Finestrini grandi, non come quella volta che. Montagne alte, verdi e azzurre, non come_.
Scorre lieve, e le strade affiancano i binari, e le vigne abbracciano ogni cosa e l’Adige scorre suo corso, come ognuno di noi, in fondo.
È domenica ma sembra un non giorno. È sabato. È lunedì. È il giorno della partenza, il giono della vite, un maggio che oggi nasce ottobre nel segno della pioggia-un settembre che muore nell’amplesso con aprile.
Inizia un viaggio senza tempo – micro e macro si fondono nelle consapevolezze nuove che proverò a raggiungere – giusto e sbagliato dormono in letargo aspettando il ritorno.
Ecco! Le montagne allontanandosi si sono fatte azzurre, la strada che affiancava si è interrotta, le viti si sono trasformate in grappoli di case, di cose.
Scorre il treno e anch’io scorro, e anch’io.
lunedì 26 aprile 2010
Din Calidor
Sto nel calidor.
Nel calidor di casa.
Sto nel calidor della nostra casa di Mana.
Sto nel calidor e tremo.
Paul Goma, uno dei maggiori scrittori romeni contemporanei, privo della cittadinanza romena, simbolo della dissidenza antisovietica, ribelle a voce alta.
Paul Goma, uomo esiliato, figlio di maestri, nato in un villaggio difficile, in una zona rurale, bambino dall'infanzia profuga.
Ho avuto, in questi giorni, la fortuna di lavorare alla splendida traduzione che Davide Zaffi ci propone di questo capolavoro: Din Calidor, un testo ricco, denso, forte. Un testo che non solo inquadra un periodo complesso per l'attuale Repubblica Moldova, la Bessarabia del decennio '35-'45, ma che lo fa partendo dal vissuto di un bambino, lo fa con le parole di un adulto che si ripensa bambino, lo fa da un luogo speciale, il calidor.
E dal calidor si racconta, si ripercorre, riordina, ripassa, ripensa, a volte s'indigna, altre sorride. Din calidor, la veranda, è il punto di vista privilegiato da cui osserva la storia che s'intreccia con la sua storia. Non sceglie una finestra, non una porta, non un dentro, né un fuori. Paul Goma sta nel calidor, e posso quasi vedere la luce che filtra e gli illumina gli occhi, come quando il sole tramonta in autunno, in obliquo, senza che lui lo sappia, e posso quasi sentire un leggero vento che gli s'insinua tra rughe.
Il calidor, il luogo della bella nostalgia (kali-dor) come lui stesso afferma nel primo capitoletto; un luogo a metà tra il dentro e il fuori, in un quasi fuori non definitivo, un fuori ravvicinato.
Un luogo che permette di descrivere l'incanto anche dove sembrano esserci solo miseria, ignoranza, guerre e occupazioni.
È dal calidor, a metà tra il passato e il presente negato che Goma ci invita a guardare, come se scorresse davanti ai nostri occhi, la storia, [ci chiama, ci chiede di metterci al suo fianco, e mentre racconta a volte sussurra ...e mi prosciugo di nostalgia] la storia della Bessarabia, la sua storia di bambino, la storia del suo paese, di suo padre e di sua madre, la vita della Romania rurale. È da lì che riesce a farci conoscere le pieghe di una cultura sempre piuttosto sottovalutata, a volte denigrata. È da lì che prende vita un mosaico dai colori sgargianti, di sicuro come le storie disegnate sui tappeti...
Sp
Nel calidor di casa.
Sto nel calidor della nostra casa di Mana.
Sto nel calidor e tremo.
Paul Goma, uno dei maggiori scrittori romeni contemporanei, privo della cittadinanza romena, simbolo della dissidenza antisovietica, ribelle a voce alta.
Paul Goma, uomo esiliato, figlio di maestri, nato in un villaggio difficile, in una zona rurale, bambino dall'infanzia profuga.
Ho avuto, in questi giorni, la fortuna di lavorare alla splendida traduzione che Davide Zaffi ci propone di questo capolavoro: Din Calidor, un testo ricco, denso, forte. Un testo che non solo inquadra un periodo complesso per l'attuale Repubblica Moldova, la Bessarabia del decennio '35-'45, ma che lo fa partendo dal vissuto di un bambino, lo fa con le parole di un adulto che si ripensa bambino, lo fa da un luogo speciale, il calidor.
E dal calidor si racconta, si ripercorre, riordina, ripassa, ripensa, a volte s'indigna, altre sorride. Din calidor, la veranda, è il punto di vista privilegiato da cui osserva la storia che s'intreccia con la sua storia. Non sceglie una finestra, non una porta, non un dentro, né un fuori. Paul Goma sta nel calidor, e posso quasi vedere la luce che filtra e gli illumina gli occhi, come quando il sole tramonta in autunno, in obliquo, senza che lui lo sappia, e posso quasi sentire un leggero vento che gli s'insinua tra rughe.
Il calidor, il luogo della bella nostalgia (kali-dor) come lui stesso afferma nel primo capitoletto; un luogo a metà tra il dentro e il fuori, in un quasi fuori non definitivo, un fuori ravvicinato.
Un luogo che permette di descrivere l'incanto anche dove sembrano esserci solo miseria, ignoranza, guerre e occupazioni.
È dal calidor, a metà tra il passato e il presente negato che Goma ci invita a guardare, come se scorresse davanti ai nostri occhi, la storia, [ci chiama, ci chiede di metterci al suo fianco, e mentre racconta a volte sussurra ...e mi prosciugo di nostalgia] la storia della Bessarabia, la sua storia di bambino, la storia del suo paese, di suo padre e di sua madre, la vita della Romania rurale. È da lì che riesce a farci conoscere le pieghe di una cultura sempre piuttosto sottovalutata, a volte denigrata. È da lì che prende vita un mosaico dai colori sgargianti, di sicuro come le storie disegnate sui tappeti...
Sp
martedì 4 novembre 2008
Solo un sussurro
Ore cinque. L’emozione che si prova tornando a casa quando sorge il sole, stanchi, poco lucidi, innamorati. Solo tre desideri: una doccia, un corpo caldo a fianco, una sigaretta ad accompagnare le ultime parole prima di addormentarsi. Il fresco che si sente uscendo dai locali affollati di fumo e sudore, il profumo di un’altra notte che finisce, l’aggrapparsi ad una mano appiccicosa, il sentire il peso di una notte deliziosa sugli occhi. Camminare in mezzo alle strade, ancor meglio se è piovuto di nascosto, prima; così l’aria sembra pulire i polmoni e le ultime energie sono perfette per infastidire le pozzanghere. Guardare avanti e vedere il sole, lento a salire – guardare dietro e vedere che è ancora notte. Giorno embrione, notte terminale.
Ore cinque, pronti a tornare a casa. Rendersi conto di aver perso una maglia e ridere perché si è felici, perché la maglia dimenticata è un baratto con il positivo che si sente, perché si poteva perdere il portafoglio, perché anche il mondo che va a rotoli ci ha concesso momenti superlativi. Usciamo dal locale. Sordità. Sorrisi ebeti tra di noi. Cervelli lenti. Amore ovunque. Nessuna macchina, silenzio, profumi di risveglio. Mi abbracci con la destra, chiudiamo anche l’ultimo bottone della giacca. Infilo la mano nella tua tasca, tiepida almeno quanto le coperte che tra cinque minuti ci proteggeranno.
Ore cinque, pianifichiamo il nostro futuro in silenzio mentre si fa giorno e camminiamo ormai nel sogno. Usare la parola oggi riferita a ieri, ripassare le cose da fare domani che è già oggi. Ore cinque, quasi sei, ormai. Casa, rifugio ospitale. Shhssshh, non svegliamo nessuno. Doccia di tre secondi, tanto per. Ultima sigaretta per congedarci dal sogno vissuto e sprofondare in quello incontrollabile del sonno. Musica impalpabile per cullarci ancora un istante. Seminudo e delicato mi baci la fronte, poi ti giri. Piumone fino al naso. Respiro sulla tua schiena e chiudo gli occhi. Solo un sussurro: buona notte. E veloce nasce il giorno.
Ore cinque, pronti a tornare a casa. Rendersi conto di aver perso una maglia e ridere perché si è felici, perché la maglia dimenticata è un baratto con il positivo che si sente, perché si poteva perdere il portafoglio, perché anche il mondo che va a rotoli ci ha concesso momenti superlativi. Usciamo dal locale. Sordità. Sorrisi ebeti tra di noi. Cervelli lenti. Amore ovunque. Nessuna macchina, silenzio, profumi di risveglio. Mi abbracci con la destra, chiudiamo anche l’ultimo bottone della giacca. Infilo la mano nella tua tasca, tiepida almeno quanto le coperte che tra cinque minuti ci proteggeranno.
Ore cinque, pianifichiamo il nostro futuro in silenzio mentre si fa giorno e camminiamo ormai nel sogno. Usare la parola oggi riferita a ieri, ripassare le cose da fare domani che è già oggi. Ore cinque, quasi sei, ormai. Casa, rifugio ospitale. Shhssshh, non svegliamo nessuno. Doccia di tre secondi, tanto per. Ultima sigaretta per congedarci dal sogno vissuto e sprofondare in quello incontrollabile del sonno. Musica impalpabile per cullarci ancora un istante. Seminudo e delicato mi baci la fronte, poi ti giri. Piumone fino al naso. Respiro sulla tua schiena e chiudo gli occhi. Solo un sussurro: buona notte. E veloce nasce il giorno.
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