MULTITASKING-SELF: ovvero intervista alle me stesse
Passeggini: Come mai hai scelto di farti un’intervista?
Precisini: devo precisare che non sto facendo un’intervista a me stessa, ma alle me stesse che continuamente discutono nella testa.
Premurosini: Ci facciamo delle interviste in quanto abbiamo bisogno di mettere di un po’ d’ordine alle necessità di ognuna, alle riflessioni stonate, vogliamo diventare un coro polifonico, non rimanere un gruppo di galline.
Passionalini: Che ne dite se partiamo con le domande vere e non perdiamo tempo a chiederci perché ci facciamo delle domande??
Precisini: hai ragione! Sara, quando è nata la passione verso la scrittura?
Prontini: La passione non è un qualcosa che nasce, è una forza intrinseca, la strada per soddisfare un bisogno; io scrivo per capire, per fissare numerosi, meravigliosi dettagli che saturano i pensieri.
Perplessini: intendi dire che fin da bambina scrivi? Ti è innato scrivere?
Polarini: no, non è innata la passione per la scrittura, innata è la presenza di dettagli che riempiono di colori ogni cosa, e la confusione che crea questo vortice arcobaleno. La scrittura viene dopo, è una delle vie per non rimanere succubi di questo tutto esplosivo, il mezzo per fare di una debolezza un dono.
Passeggini: quali altri mezzi hai provato prima della scrittura?
Patemini: non molti a dire il vero, spesso ho la tendenza a fuggire di fronte ai demoni, a non affrontarli, ma poi, a volte, ci si trova sepolti dal disordine emotivo e in quel momento…
Presuntuosini: in quel momento (interrompendo) si vuole aprire la finestra, cambiare l’aria, lasciare che il vento entri, pulire via la polvere, armarsi di parole, raccoglitori, quaderni, e prendere in mano ogni pensiero, ogni ricordo, ogni emozione, ogni colore, gesto, sfumatura, profumo, sensazione… affrontare ogni dettaglio e dargli la giusta importanza, nasconderne alcuni sotto il letto per la prossima volta, e rimescolare quelli che rimangono sparpagliati, in modo che siano belli, in modo che facciano stare bene.
Paladini: non è solo questo, ci sono cose irrisolte nella mente e nella vita, quando sono troppe sento di non poter più andare avanti, sento che mi mangiano lentamente, e allora affronto il turbinio, lo guardo in faccia e lo colpisco, o mi scuso. Scrivere è fare un po’ i conti con me stessa, e con tutte voi che gridate come pazze isteriche la vostra versione.
Positivini: io scrivo per non dimenticare le cose belle, e per dipingere di altri colori quelle brutte, questo mi aiuta ad accettarle, a ripetermi che c’è del buono anche nelle cose più difficili, anche in quelle che fanno più male.
Precisini: come al solito state divagando! La domanda era: quali altri mezzi hai provato, oltre alla scrittura?
Pigrini: ho provato a fare teatro, ma soprattutto ho provato a non ascoltare questo bisogno, a lasciarmi abbindolare dalla televisione, dagli impegni, dalle uscite, da qualunque cosa mi permettesse di posticipare quel ritmico presentarsi del momento di saturazione, quelle vie di fuga alternative che mi lasciassero nascondermi ancora un po’ dalla regolare richiesta gridata di una resa dei conti.
Passeggini: quindi, se non ho capito male per te scrivere è una presa di posizione, un modo per guardarti allo specchio…
Psicosini: in parte si, ma non solo, scrivere è anche sviscerare ciò che sta dietro allo specchio, è un’operazione dolorosa; se uno vuole scrivere, è inevitabile, deve avere qualcosa da dire. Deve avere pensieri fecondi e stimoli irrisolti, deve sentire nella pancia il dolore, e deve avere il coraggio di volerlo affrontare, anche affondando le unghie in ferite vive.
Provocatorini: quindi la tua scrittura è una forma di sadismo emotivo; sei sadica anche nella vita?
Permalosini:ma stai zitta! Non è sadismo, è aprire ferite mal cicatrizzate per curarle, è disinfettare infezioni e dare una cura adeguata prima che il tutto vada in cancrena, è prevenire amputazioni.
Pasticcini: da dove trai spunto per le tue storie?
Patimentini: ma ci prendi in giro? Dormivi? È da mezz’ora che blateriamo come ogni cosa che scriviamo sia un vissuto! Non traggo nessuno spunto: ascolto, decodifico, fermo, posticipo, dipingo, sovrappongo, idealizzo, rallento. A volte è così frustrante che mi sento un povero, incapace, disperato, pericoloso, surrogato copione di Ejzenštejn. Monto scene del passato con sentimenti del presente, gesti visti in treno con emozioni struggenti, momenti di verità con folli sogni notturni. A volte mi sembra tutta una manipolazione malriuscita di me stessa e per me stessa.
Premurosini: così esageri, sei sempre così catastrofica. A volte ci riesce, abbracciamo momenti importanti e riusciamo a dargli voce propria, magari per il resto del mondo è un sussurro incomprensibile, ma io ho la consapevolezza di aver donato una parte di me, a volte anche una delle più belle, delle più vere.
Passeggini: quindi, ricapitolando, parti dal tuo vissuto e ci lavori fino a quando non senti che ha la forma giusta, la forma che si addice non solo al contenuto del testo, ma anche allo spazio che hai deciso di concedergli…
Perspicacini: si, semplificando potremo dire così; nel corso degli anni però gli scritti hanno smesso di essere solo per me, ho allargato il cerchio anche agli altri, a chiunque abbia voglia di ascoltare (o leggere, o guardare) emozioni; questo ha appesantito un po’ il processo con una sorta di responsabilità.
Patimentini: ma ci prendi in giro? Dormivi? È da mezz’ora che blateriamo come ogni cosa che scriviamo sia un vissuto! Non traggo nessuno spunto: ascolto, decodifico, fermo, posticipo, dipingo, sovrappongo, idealizzo, rallento. A volte è così frustrante che mi sento un povero, incapace, disperato, pericoloso, surrogato copione di Ejzenštejn. Monto scene del passato con sentimenti del presente, gesti visti in treno con emozioni struggenti, momenti di verità con folli sogni notturni. A volte mi sembra tutta una manipolazione malriuscita di me stessa e per me stessa.
Premurosini: così esageri, sei sempre così catastrofica. A volte ci riesce, abbracciamo momenti importanti e riusciamo a dargli voce propria, magari per il resto del mondo è un sussurro incomprensibile, ma io ho la consapevolezza di aver donato una parte di me, a volte anche una delle più belle, delle più vere.
Passeggini: quindi, ricapitolando, parti dal tuo vissuto e ci lavori fino a quando non senti che ha la forma giusta, la forma che si addice non solo al contenuto del testo, ma anche allo spazio che hai deciso di concedergli…
Perspicacini: si, semplificando potremo dire così; nel corso degli anni però gli scritti hanno smesso di essere solo per me, ho allargato il cerchio anche agli altri, a chiunque abbia voglia di ascoltare (o leggere, o guardare) emozioni; questo ha appesantito un po’ il processo con una sorta di responsabilità.
Pensierosini: responsabilità?
Paladini: assolutamente! Nel momento in cui si esprimono delle cose ad altri bisogna essere responsabili delle conseguenze. Ho scelto di prendermi la responsabilità di ogni parola che scrivo; nel tempo, testo dopo testo, si è sviluppato un codice etico (e personale) della scrittura.
Passionalini: puoi condividere alcune leggi con noi?
Parmenidini: non sono proprio leggi, sono regole, parametri semimatematici di chiarezza e necessità; ad esempio: “prometti che scriverai tutta la verità, solo la verità, nient’altro che la verità”, oppure: “non scrivere ciò che non vorresti leggere”, “meglio evitare di blaterare”, “sii il più severo oppositore di te stesso”… e così via.
Pasticcini: dobbiamo dedurre quindi che hai fatto uso di droghe, copulato con altre donne, ucciso il tuo compagno, mangiato un ape…
Positivini: ahahha, certo che no! Descrivere la verità secondo me è non mentire, ma non sui fatti, piuttosto sui contenuti; non ho mai descritto un’emozione che non ho provato, ma le emozioni possono essere le stesse in contesti diversi, si tratta di empatia.
Ponderatini: tutto questo è molto bello e interessante, ma parliamo un po’ anche del testo, della forma, delle parole che usi, c’è una scelta logica che sta alla base?
Passerini: è una domanda molto bella, ci sono parole a cui sono molto legata, parole speciali che ricorrono spesso, di queste parole amo il suono e la precisione che hanno nel dire esattamente ciò che voglio dire. Generalmente credo che i sinonimi siano una fregatura, ogni parola ha un suo specifico significato e i sinonimi sono un grande narcotico, annebbiano il concetto esatto che si vuole esprimere. Per quanto riguarda invece la struttura delle frasi credo ahimé che sia ancora piuttosto casuale ed aderente al parlato, ma per giustificare questa mancanza posso solo ammettere di essere all’inizio di un percorso, o di una costruzione: sto ancora scavando per trovare terreno adatto ove imprigionare le fondamenta, oppure ho appena messo ruote alla mia casa errante[1] e sto cercando nel cruscotto-cassetto della scrivania una mappa (scegliete voi l’immagine).
Pasticcini: Sara, hai mai pensato di pubblicare un libro?
Permalosini: per carità, chi è che la mette a tacere?
Perspicacini: credo che quasi tutte le persone che conosco, anche quelle che non scrivono, abbiano pensato di pubblicare un libro, è un pensiero piuttosto comune come sposarsi o cosa mangiare per cena. Noi (tranne miss Pasticcini) non crediamo che lo scopo dello scrivere sia pubblicare, iniziamo anche a non credere più nella logica che un libro pubblicato abbia un pubblico critico e ampio o un guadagno tale da permettere di mantenersi e scrivere ancora. Ci sono vari sistemi per far pubblicare un libro, e credo che un giorno lo faremo, appena ce ne sarà l’occasione, per il momento però non abbiamo fatto alcun passo per invitare l’opportunità a presentarsi.
Paladini: assolutamente! Nel momento in cui si esprimono delle cose ad altri bisogna essere responsabili delle conseguenze. Ho scelto di prendermi la responsabilità di ogni parola che scrivo; nel tempo, testo dopo testo, si è sviluppato un codice etico (e personale) della scrittura.
Passionalini: puoi condividere alcune leggi con noi?
Parmenidini: non sono proprio leggi, sono regole, parametri semimatematici di chiarezza e necessità; ad esempio: “prometti che scriverai tutta la verità, solo la verità, nient’altro che la verità”, oppure: “non scrivere ciò che non vorresti leggere”, “meglio evitare di blaterare”, “sii il più severo oppositore di te stesso”… e così via.
Pasticcini: dobbiamo dedurre quindi che hai fatto uso di droghe, copulato con altre donne, ucciso il tuo compagno, mangiato un ape…
Positivini: ahahha, certo che no! Descrivere la verità secondo me è non mentire, ma non sui fatti, piuttosto sui contenuti; non ho mai descritto un’emozione che non ho provato, ma le emozioni possono essere le stesse in contesti diversi, si tratta di empatia.
Ponderatini: tutto questo è molto bello e interessante, ma parliamo un po’ anche del testo, della forma, delle parole che usi, c’è una scelta logica che sta alla base?
Passerini: è una domanda molto bella, ci sono parole a cui sono molto legata, parole speciali che ricorrono spesso, di queste parole amo il suono e la precisione che hanno nel dire esattamente ciò che voglio dire. Generalmente credo che i sinonimi siano una fregatura, ogni parola ha un suo specifico significato e i sinonimi sono un grande narcotico, annebbiano il concetto esatto che si vuole esprimere. Per quanto riguarda invece la struttura delle frasi credo ahimé che sia ancora piuttosto casuale ed aderente al parlato, ma per giustificare questa mancanza posso solo ammettere di essere all’inizio di un percorso, o di una costruzione: sto ancora scavando per trovare terreno adatto ove imprigionare le fondamenta, oppure ho appena messo ruote alla mia casa errante[1] e sto cercando nel cruscotto-cassetto della scrivania una mappa (scegliete voi l’immagine).
Pasticcini: Sara, hai mai pensato di pubblicare un libro?
Permalosini: per carità, chi è che la mette a tacere?
Perspicacini: credo che quasi tutte le persone che conosco, anche quelle che non scrivono, abbiano pensato di pubblicare un libro, è un pensiero piuttosto comune come sposarsi o cosa mangiare per cena. Noi (tranne miss Pasticcini) non crediamo che lo scopo dello scrivere sia pubblicare, iniziamo anche a non credere più nella logica che un libro pubblicato abbia un pubblico critico e ampio o un guadagno tale da permettere di mantenersi e scrivere ancora. Ci sono vari sistemi per far pubblicare un libro, e credo che un giorno lo faremo, appena ce ne sarà l’occasione, per il momento però non abbiamo fatto alcun passo per invitare l’opportunità a presentarsi.
Patemini: non è una questione di snobbismo, anzi, è che forse, guardandoci nel profondo, non siamo pronte a compromettere questa passione.
Passeggini: compromettere questa passione?
Passionalini: con “compromettere questa passione” intendo: fare compromessi, cambiare cose che secondo logiche altre non funzionano, ma per me sono eticamente corrette; intendo: modificare parole, immagini o contenuti. Quello che voglio dire, in parole povere, è che trasformare una passione in un lavoro è un rischio davvero grande, è pericoloso per la passione stessa. Non sono una macchina, e non voglio diventarlo, ho tempi lunghi, sono lenta nella scrittura, proprio per la responsabilità di cui parlavo. Bramo la libertà che mi concedo.
Provocatorini: scusa se te lo dico ma mi sembrano una valanga di scuse, non è che hai paura di fallire? Di non essere accettata, di non avere riconoscimenti?
Passerini: Come vedi ogni cosa ha molteplici sfaccettature, tanti significati, innumerevoli punti di vista. Nelle domande e nelle risposte ci sono così tante verità che si rischia di perdere di vista l’essenziale, forse scrivere è provare a non lasciarselo sfuggire, riuscire a leggerlo tra le righe. Forse quest’intervista non è altro che un modo per ricordare a me stessa che scrivere mi piace, e mi fa stare bene; mi aiuta a vivere meglio e con più consapevolezza. Ed è proprio questo il punto, a volte.
4 commenti:
In poche parole, quando si vive in un mondo a maggiore densità come noi, è impossibile tenere tutto dentro.
Gioia nel liberarsi, tristezza nel constatare che ben pochi vivono alla stessa densità.
Is that right?
Effe, hai cancellato il tuo commento?
Lo posso reinserire?
"Yo no tengo una personalidad; yo soy un cocktail, un conglomerado, una manifestación de personalidades.
En mí, la personalidad es una especie de furunculosis anímica en estado crónico de erupción; no pasa media hora sin que me nazca una nueva personalidad [...]"
http://www.poesi.as/og32008.htm
http://es.wikipedia.org/wiki/Oliverio_Girondo
;-)
eFFe
PS Scusa per il pasticcio del commento precedente, ma volevo lasciarlo col mio account Wordpress, quello che uso sempre, e invece Blogger non me lo ha permesso...
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